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Jules e Jim

Il titolo di questo post potrebbe essere: “Mai fermarsi alla prime impressioni. Approfondire sempre”. Infatti quella che sto per narrarvi è la storia di una lettura iniziata con il piede storto e finita con la partecipazione piena del mio cuore, una matita dedita alla sottolineatura profonda e uno sguardo rinnovato sull’amore e i suoi tourbillons.

Durante le prime pagine di Jules e Jim ho provato una sensazione di fastidio: lo stile di scrittura di Roché mi è parso un non-stile, troppo essenziale, elementare, ellittico. Frasi brevi e punti fermi, periodare non pervenuto, narrazione laconica:

L’indomani ebbero la loro prima conversazione. Non c’erano donne, nella vita parigina di Jules, e lui ne avrebbe voluta una. In quella di Jim ce n’erano parecchie. Gli fece incontrare una giovane musicista.

Io, che amo la scrittura elegante e non disdegno l’ornatus in letteratura, ho provato la delusione che si prova davanti a ciò che è disadorno e semplificato, alla parola ridotta all’osso.

Ho anche pensato: «Roché l’ha scritto a 74 anni, forse a quell’età non aveva l’ardore e la capacità di far vibrare la scrittura» (la storia che ci narra è quella vera del triangolo amore-amicizia tra lo stesso Roché, il suo migliore amico Franz Hessel e la moglie di lui, Helen Grund, che li amò entrambi). Ho creduto che se il film di Truffaut era conosciuto e osannato molto più del libro, probabilmente il libro non aveva personalità.

Insomma, avrei voluto mollarlo, ma una vocina paziente dentro di me mi ha suggerito di proseguire, di dargli il tempo di sbocciare. E meno male, perché mi è sbocciato in mano quando meno me l’aspettavo ed è diventato un dono.

Prima mi era parso piatto, poi mi è apparso palpitante come un mito greco. Mi è venuto in mente il dio Eros e le sue frecce, tre creature umane colpite con un unico dardo, le lotte furiose, i peccati di hybris, il castigo divino, l’acqua come luogo in cui nascondersi o inabissarsi per sempre.

Ho amato il suo essere storia di una chimera, quella di amarsi senza appartenersi, di lasciarsi per poi ritrovarsi senza un limite numerico di volte, di prendersi e tenersi stretti senza privare l’altro del resto del mondo, di restare se stessi e di non voler cambiare l’altro. Un “comunismo sentimentale” contro l’imperante “capitalismo sentimentale”.

Ho amato il suo essere diario di viaggio e diario della memoria (quella di Roché), il suo non star mai fermo. Jules e Jim è un libro ipercinetico, un eterno spostarsi geografico e sentimentale. Ci sono viaggi veri, alcuni di metafisica bellezza come quello in Grecia fatto da Jules e Jim quando sono adolescenti, liberi, esploratori e seduttori, prima dell’arrivo seduttivo-distruttivo di Cathe, del suo “sorriso arcaico”, del suo furore bellico.

Il mese che trascorsero ad Atene fu impregnato di religione pagana. Si credettero greci. Templi e musei li colmavano di bellezza. La Vittoria Aptera evocò loro Lucie –  una lottatrice su un frontone, Gertrude – una danzatrice su un vaso, Odile.

Ci sono gli spostamenti in case nuove, le fughe in case vecchie, le andate e i ritorni, da Parigi alla campagna e viceversa, da Parigi ad altre città e viceversa, le piccole gite armoniche e le passeggiate nella natura, i momenti in cui questo amore tripartito ha più senso e bellezza, sembra esso stesso un’esplorazione.

Camminarono a lungo, e si fermarono a notte fonda su un prato in riva a un lago, che Kathe conosceva. Lei si allontanò dagli altri e dopo un attimo si senti il «pluf» del suo tuffo. […] Nel bosco, all’ora della rugiada, incontrarono dei caprioli, e tornarono allo chalet, per dormire, solo nel pomeriggio.

Ci sono viaggi disorganizzati, impulsivi e passionali dentro il rapporto a due e quello a tre (talvolta anche più di tre), nell’amore e nelle sue schizofrenie, nel suo ritrarsi e moltiplicarsi senza logica e senza proibizioni.

Kathe e Jim scoppiavano nella disciplina che s’erano volontariamente imposti. Era settembre. Kathe disse a Jim: «Noi partiamo». «Per dove?». «Per il paese di Amleto». Saltarono sul primo treno. In piedi nel corridoio, ammiravano la contrada piatta e che attraversavano, e fumavano. Una targa smaltata lo proibiva.

Non trovano pace, non trovano stasi i protagonisti, specialmente Jim e Kathe (Jules sarà sempre più spettatore e più posato degli altri due) e mentre leggi ti accorgi che in questa frenesia senza certezze forse risiede l’essenza del vero amore. Se l’amore si adagia e si sistema dentro un alveo finisce con l’opacizzarsi e poi finisce e basta? Sembrano voler evitare a tutti i costi questa possibilità i tre protagonisti. La loro è un’impresa d’amore, una crociata combattuta in trio con vittorie e sconfitte. E noi che leggiamo ci sentiamo dei disertori.

E ci innervosiamo (almeno io) perché un amore così aperto e incapace di chiudersi dentro il numero due è sfinente, inverosimile, talvolta anche ridicolo. Come si fa, mi sono sempre chiesta, a fare dell’amore un poliamore e a condividere con qualcun altro ciò che dovrebbe contemplare solo la coppia? La condivisione dimezza e io l’amore lo penso sempre come pieno. Lo senti che questo amore non conformista alla lunga prende una forma strana, non gradevole, anormale (più che amorale o immorale).

Il triangolo ha le punte, può ferire, è un poligono infido, può essere scaleno e sbilanciare l’equità dei lati in gioco. Due sole linee intersecate fra loro, invece, sono (o meglio, dovrebbero essere) morbide, distribuite bene l’una dentro l’altra.

Il ménage à trois mi è sempre parso disarmonico e se in amore non c’è armonia si perde il senno. Jules, Jim e Kathe mi sembrano tre pazzi infatti, il loro amarsi un violentarsi.

«La calma» disse Kathe «è una maschera. Maschera per maschera, preferisco la violenza».

Eppure, c’è qualcosa in questo libro, in questa storia, di profondamente libertino, liberatorio e libertario, come un invito a strapparsi i vestiti e le convenzioni di dosso e a lasciarsi andare ad un’idea di amore più fluida e burrascosa, meno addomesticata, che non si fa inscrivere in una definizione né si fa frenare dall’autorità di un matrimonio, dei figli, di un luogo fisso. Anche in questa storia c’è un matrimonio, ci sono due nascite, ci sono desideri di procreazione e famiglia, ma l’amore fluisce e straripa ben oltre gli argini di queste condizioni. Un po’ come tuffarsi nella Senna, dopo pranzo, con tutti i vestiti addosso, per il puro piacere di farlo, di rischiare, come fa Kathe.

«La vita deve essere una continua vacanza» asseriva Kathe: e tale la rendeva intorno a sé, per i grandi come per i bambini – pure, quel che c’era da fare veniva fatto, e bene. […] Quando tutto andava troppo bene, quando ci si abituava troppo, le accadeva di essere scontenta. Allora cambiava tono, s’infilava gli stivali, impugnava una bacchetta e come un domatore frustava tutto a gesti e parole.

Grazie a questa modalità non mascherata e non pavida di vivere, l’amore sembra non intiepidirsi mai, non diventare mai automatismo.

Erano sempre timidi, quando si ritrovavano. Ciascuno temeva forse di non avere da offrire all’altro che una ripetizione? Pure, come non ci sono mai due albe brumose che si assomiglino, così non era mai accaduto che si ritrovassero uguali.

Un miracolo in pratica. Jim, Jules e Kathe, soprattutto Kathe, tre mistici, tre dei dell’amore sempre in climax.

Allora com’è che il personaggio di lei, passionale, liberissimo e istintuale, risulta così irritante? Perché in lei, nonostante non indossi mai alcuna maschera e sia l’emblema del sentire autentico, ho visto una creatura diabolica, quasi ripugnante nel suo darsi  e sottrarsi agli uomini senza controllo? Forse, mi sono detta, la mia è una sorta di invidia: Jules e Jim la amano sempre di un amore viscerale, le perdonano tutto, la considerano una divinità, capricciosa, umorale, ma da venerare. E lei forse non lo merita, non li merita.

Ho sempre tifato per i due uomini in questa storia.

Alla fine del libro, nonostante l’ingombrante presenza di un amore bizzarro con tentacoli nervosi e di una donna mobile qual piuma al vento con la capacità distruttiva di uno tsunami, ti rimane in testa soprattutto il senso placido di una vera amicizia, quella tra Jules e Jim, un sodalizio che nessuna donna, guerra, distanza, ha mai fatto vacillare.

Sarebbe stato impossibile a Jim dire che cosa fosse Jules per lui. Li avevano, in passato, soprannominati Don Chisciotte e Sancho Panza. […] Provava, insieme a lui, un piacere totale per delle inezie. Si godeva il buon sigaro di Jules molto più del suo. Fin dal primo giorno, Jules istruiva Jim, in ogni momento, senza saperlo. Jules attirava Jim come una calamita.

Ci sono loro due nel titolo e una “e” che li congiunge come una calamita, nonostante il magnete impazzito di Kathe.

E nonostante questa congiunzione pacifica, qualcosa di veemente domina sulle loro teste, sui loro cuori, sul loro destino.

Ma non era permesso.

Sono queste le ultime quattro parole del libro. Lascio scoprire a voi quello che si può intuire, cosa viene oltrepassato, cosa viene violato, cosa non era permesso. Ma lo sapete già.

Nell’amore, anche il più sovversivo, c’è sempre una Legge?

P.S.: Il 4 marzo esce al cinema la versione restaurata del film di Truffaut. Andate a vederlo/rivederlo se volete e a bearvi dell’incanto della Nouvelle Vague francese, ma prima passate in libreria a comprare la fonte di tanta bellezza cinematografica, a conoscere Henri-Pierre Roché e la sua avventura-vita romantica (tra l’altro fino al 15 marzo c’è tutto il meraviglioso catalogo Adelphi al -25%).

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