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Emily Dickinson – Lettere (1845-1886)

Caro Amico

una Lettera mi è sempre parsa come l’immortalità, perché non è forse la mente da sola, senza compagno corporeo? (A Thomas W. Higginson, giugno 1869)

Eccentrica e decentrata rispetto al mondo nella sua casa di Amherst, anomala e perfettamente comoda dentro la sua anomalia, radicata nella dimensione domestica e sospesa dentro dimensioni ampliate a dismisura dalla sua fantasia, Emily Dickinson mi è sempre piaciuta per il suo aver vissuto una vita strana, disobbediente ad ogni regola di normalità e portata avanti in una modalità più metafisica che fisica. Più che come a una donna, penso a lei come a un’entità immortale.

In lei ho sempre ammirato la capacità di immaginare e danzare dentro l’immaginazione nonostante l’orizzonte claustrale a cui si ancorò: Emily, chiusa nel suo studio di casa al secondo piano per quasi tutta la vita (non scese nemmeno nel 1874 per assistere al funerale del padre), è una delle donne più aperte alla vita e al suo fluire che abbia mai conosciuto leggendo. La pensi in gabbia, la scopri libera, fluida, attraversata dalla vitalità del desiderio.

Le lettere che Emily scrisse a persone a lei care tra il 1845 e il 1886 non sono vere e proprie lettere, ma creature ibride, poesie affrancate, resoconti prosaici addobbati di versi, cronache minimali di vita appartata ma apertissima ai sensi, specie quelli stimolati dalla lettura, dalla natura, dall’amore (seppur platonico), dagli interrogativi su Dio.

Il contenuto delle lettere ha quasi sempre a che fare con accorate richieste di visite e ricongiungimenti, considerazioni fulminee ma aggraziate su morte, vita, amore, amicizia, sapere. Emily poetizza tutto ciò di cui parla ed è per questo che chiamarle lettere mi sembra riduttivo. Non è solo comunicazione per posta con data e firma, ma anche raccolta di parole scelte che definiscono, raccontano, custodiscono la vita e il pensiero non conformisti della poetessa.

Una donna così eccentrica che (secondo il critico Allen Tate) se fosse vissuta nel ‘600 sarebbe stata impiccata come strega. La sua “stregoneria”, la sua abilità nel gioco di magia verbale, la sua sete di cultura in un contesto che dava più importanza al culto e alla Chiesa, la fondazione di un suo statuto isolato ma passionale, sono i motivi per cui mi innamoro perdutamente di Dickinson ogni volta che leggo qualcosa di suo.

La Emily quindicenne del 1845 e giovane donna degli anni fino al 1860 (la sezione I della raccolta) scrive alle amiche e compagne di scuola, ma ha la testa già piena di “pensieri solenni” che le “si affollano intorno con una forza irresistibile”, è già capace di creare visioni animate e far fiorire fantasie:

La spiaggia è più sicura, Abiah, ma a me piace battermi con il mare ‒ qui dove sono, in acque tranquille, posso contare naufragi amari e sentire i venti che sussurrano, ma il pericolo, lo amo! (Ad Abiah Root, fine 1850)

In quegli anni scrive anche al fratello Austin, alla fidanzata di lui, Susan Gilbert, da lei amatissima, all’amico Samuel Bowles, che sarà un grande riferimento culturale per casa Dickinson, in special modo per Emily. Così scrive alla fine di agosto del 1858:

Buona notte, signor Bowles! È così che dicono quelli che tornano il mattino, è così che si chiude il paragrafo su labbra sigillate. La Fiducia nell’Alba modifica l’Imbrunire.

Anche un semplice saluto a chiusura di lettera diventa delicata poesia nella mano scrivente e sognante di Emily.

Nella sezione II, che va dal 1861 al 1870, molte lettere sono indirizzate ancora a Samuel Bowles, destinatario di un’amicizia che sembra più un innamoramento, ma ci sono anche le lettere indirizzate ad un’altra figura centrale nella vita di Emily, Thomas W. Higginson, redattore dell’“Atlantic Monthly”,  a cui Emily invia le sue poesie e da cui attende valutazioni, provocazioni.

Così scrive a Higginson il 25 aprile 1862:

Se la fama mi appartenesse, non riuscirei a sfuggirle ‒ in caso contrario il giorno più lungo mi sorpasserebbe mentre ne vado a caccia ‒ e l’approvazione del mio Cane mi abbandonerebbe ‒ dunque ‒ preferisco la mia Condizione Scalza ‒

Trovo bellissima questa idea della Condizione Scalza, come se la poetessa rivendicasse la sua libertà danzante e priva di pesanti allori, il suo spazio poetico da attraversare a piedi nudi, senza orpelli celebrativi. (Chissà perché, mi vengono in mente i versi de I limoni di Montale, “ascoltami, i poeti laureati si muovono soltanto fra le piante dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.”).

Nella mia vita non ho avuto un Re, e da sola non riesco a darmi delle regole, quando provo a organizzarmi ‒ il poco di Forza che ho esplode ‒ e mi lascia nuda e bruciata. (A Thomas W. Higginson, agosto 1862)

Torna ancora la nudità, il riferimento ad un vigore poetico anarchico che spoglia e brucia.

La sezione III (1871-1878), quella della Emily quarantenne in pieno fervore poetico, è dove ho trovato di più la sua cifra stilistica impareggiabile. Qui tutto è un omaggio alla natura, un tripudio floreale, un’ode alle stagioni, alla fecondità ispirante della terra e del cielo.

La storia dei fiori differisce dalla nostra soltanto per la sua inaudibilità. Man mano che invecchio provo maggiore rispetto per queste creature mute la cui apprensione o passione può superare la mia. (A Louise e Frances Norcross, aprile 1873?)

La primavera è una gioia tanto bella, rara, inattesa, che non so che fare del mio cuore. (A Louise e Frances Norcross, fine aprile 1873)

Come è strano: la Natura non bussa mai prima di entrare, eppure non è mai un’intrusa! (A Abigail Cooper, circa 1877)

Cara amica

le mando un fiore dal mio giardino ‒ anche se morrà nel momento in cui arriverà a lei, lei saprà che viveva quando lasciò la mia mano ‒

Amleto ha esitato per tutti noi ‒ (A Mary Elizabeth Higginson, estate 1877)

Quest’ultima frase l’ho letta e riletta come fosse una rivelazione suprema, come se esitare fosse sinonimo di vivere e ci riguardasse tutti, universalmente. Credo sia diventato il mio aforisma preferito di sempre.

La sezione IV (1878-1880) e la sezione V, l’ultima (’81-’86), sono forse quelle che ho amato di più perché contengono anche la sensualità, la passione sublimata, l’amore alluso, quello per Otis P. Lord, ma anche quello per Susan Gilbert Dickinson, moglie del fratello di Emily, confidente intima. Qui ho scoperto una Dickinson moderna, per nulla ingenua o fiaccata dalla solitudine, ma vivida, in grado di pulsare e far arrivare queste pulsazioni tramite la parola velata. Una Dickinson a cui l’inesperienza del mondo esterno non ha sottratto capacità seduttiva e attitudine all’inventiva. A cui la malattia agli occhi, troppo sensibili alla luce, non ha impedito la creazione di visioni e il talento di illuminare.

In una Vita che ha smesso di immaginare, tu e io non dovremmo sentirci a casa nostra  ‒ (A Susan Gilbert Dickinson, circa 1878)

[…] e quando sarà il momento solleverò le Sbarre e ti farò sdraiare sul Muschio ‒ sei tu che mi hai mostrato la parola. (A Otis P. Lord, circa 1878)

Sottrarre ciò di cui è fatta l’Estasi non implica sottrarre l’Estasi. Come Polvere da sparo in un Cassetto  ‒ le passiamo accanto con una Preghiera  ‒ Tuono appena assopito. (A Otis P. Lord, circa 1883)

Come potremmo abbandonarci l’un l’altra a sorti inespugnabili prima di esserci incontrati ancora una volta? (A Otis P. Lord, 30 aprile 1882)

L’ultima lettera, scritta nel maggio 1886, pochi giorni prima di morire e indirizzata a Louise e Frances Norcross, dice:

Dolci Cugine,

      Richiamata.

            Emily

Richiamata da chi? Da cosa? Non importa. Il senso letterale è relativo quando scrive Emily.

È la forma quella che rapisce, una forma che va ben al di là della portata pratica e reale della missiva e che si fa occasione di danza poetica e volo libero della mente.

Leggendo le lettere, tutta la mia attenzione è stata calamita dalle singole parole scelte da Emily e da quello che evocano più che dalla comunicazione di qualcosa – un evento, una notizia, un addio – ad un destinatario specifico. Ammetto di aver spesso dimenticato di leggere il nome del destinatario e di aver subito cercato con avidità le allusioni e le seduzioni verbali della mittente, il suo lessico ellittico e carico di altro, di altrove.

Se anche deve comunicare qualcosa di normale e quotidiano, lei sceglie forme creative e figure insolite, gioca con gli accostamenti metaforici, le allegorie, mette in risalto la valenza della parola usando le maiuscole (uno dei segni distintivi dickinsoniani che più amo), dice tanto pur dicendo poco.

E più passano gli anni e più si fa sibillina. E ciò non vuol dire privare della trasparenza chi legge, ma fargli dono dell’interpretazione libera, dell’evocazione personalizzata, dell’emozione non veicolata.

Il suo è un ermetismo che riesce ad aprire qualcosa in chi legge, una porta, una voragine, un rifugio.

Non sempre comprendi il messaggio di Emily (sempre che ce ne sia uno), cosa si celi dietro i voli anarchici del suo lessico e nelle sue sinestesie. La chiave di lettura integrale se l’è tenuta lei, eppure a noi arriva comunque la sollecitazione, la scia magica del suo dire, quella bellezza strana che incanta le parti di noi meno razionali e terrestri.

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