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Lettere a Theo (o di come ho capito meglio Van Gogh)

Quando Gauguin dice “Vincent” la sua voce è venata di dolcezza. (Jean Dolent)

In questo periodo mi sento attratta dalle lettere, dalla loro portata intima e confidenziale, dal loro autentico svelare chi le scrive (adesso, per esempio, sto leggendo le Lettere scritte da Emily Dickinson tra il 1845 e il 1886 e palpito ad ogni “caro/a”).

Lettere che artisti o scrittori, in genere anime sensibili e complesse, hanno scritto ad altri e che senza saperlo hanno indirizzato anche a noi. Dentro le buste in cui hanno viaggiato è rimasta l’essenza di ognuna di queste creature geniali, una polvere perlacea che ci parla di loro, che è fatta di loro.

Leggerle è una possibilità di contatto ravvicinato che sa di privilegio e di paura di addentrarsi senza permesso. È un’occasione per arricchire l’economia di una stringata biografia e dare consistenza a date, giorni, stagioni. Una miracolosa prossimità che quasi spaventa.

Di Van Gogh ho visto tante opere esposte al Van Gogh Museum di Amsterdam e sono diventata anch’io un vortice di colore e di pennelli mentre da vicino ne osservavo la bellezza impetuosa, ma non mi sono chiesta come se la passassero l’anima e la mente di Vincent mentre le dipingeva. Ci si dimentica troppo spesso del travaglio creativo quando si ha davanti il frutto pronto e splendente che ha conquistato la sua fama. E invece l’artista è lì, in un cantuccio malandato e spoglio, e se si prestasse più attenzione lo si potrebbe sentir piangere e aver paura.

Leggere le lettere di Vang Gogh a Theo è la scoperta di una dolcezza a cui prima non avevo pensato.

È la conquista di una consapevolezza dolorosa, quella di una vita stancante, misera e impaurita, illuminata da salvifiche eruzioni di colore e creatività ma sempre, costantemente, schiacciata dall’indigenza. Una povertà tiranna che condiziona anche i flussi artistici e quando Vincent non si risparmiava sulla tela e ci riversava sopra tutto se stesso, doveva comunque fare calcoli asfittici da ragioniere.

La sua ricchezza espressiva doveva fare i conti, letteralmente, con la povertà materiale.

E se penso che oggi un dipinto di Van Gogh ha un valore monetario che non so nemmeno quantificare, mi viene da piangere e mostrare il dito medio alla vita come sistema progettato male, per il suo essere così ritardataria o precoce, come se si divertisse a non rispettare le tabelle di marcia dei mortali migliori.

Leggendo le Lettere ho provato spesso un’amarezza rabbiosa per la perfidia di un tempo troppo ingrato e devastante, sordo e cieco davanti a ciò che Vincent poteva conquistare e ha conquistato senza venirlo mai a sapere.

Mi hanno scosso molte cose contenute dentro queste Lettere, scritte come fossero una necessità di dichiarazione di affetto tra il 1875 e il 1890.

La dipendenza di Vincent da Theo, tanto per iniziare, che è amore fraterno traboccante, ma anche il perpetuarsi di una sorta di infanzia e petulanza economica. Vincent dipende dai franchi che Theo gli invia per anni, dovunque si trovi, e fa male percepire il suo senso di fallimento rispetto a questa necessità. La sudditanza monetaria rispetto al fratello è il grande tema di queste lettere, l’ossessione/apprensione di una vita. Il peso del debito è dichiarato, lettera dopo lettera; la parola «soldi» ricorre un’infinità di volte e se si vogliono leggere queste lettere bisogna essere disposti ad accettare l’arida urgenza di gestione finanziaria che hanno.

Ma il problema dei soldi, qualsiasi cosa facciamo, resta sempre come un nemico davanti all’esercito, e non si può né negare né dimenticare. (Saint-Rémy-de-Provence, 23 maggio 1889).

La povertà, come ho già detto, è il grande limite nella vita dell’artista, soprattutto perché in lui c’è la certezza di una vocazione che va assecondata a tutti i costi, indipendentemente dai costi.

La povertà impedisce ai sommi ingegni di riuscire, come dice il vecchio proverbio di Palissy, nel quale c’è del vero ed è più che mai vero quando uno capisce la propria missione e il proprio valore. (Cuesmes, 24 settembre 1880)

Nonostante le difficoltà, che talvolta arrivano fino alla mancanza di cibo, Van Gogh resiste, trova un senso di sé dentro dimore spoglie, fra giornate misere, gente umile, natura che illumina e pittura che nutre. In un contesto tetro lui crede solo nei colori e nelle pennellate generose.

Voglio dirti che ho scelto la vita del cane. Resterò un cane, sarò povero, sarò pittore, voglio restare un essere umano, vivere nella natura. (Nuenen, 16 dicembre 1883)

Il senso del fallimento. Lui, così spirituale e inondato dall’estro, così sensibile di nervi e di cuore, così capace di generare bellezza, si sente vile e senza una collocazione, un incompreso dallo spazio e dal tempo. I suoi genitori (il padre è un pastore calvinista che avrebbe voluto fare del figlio un teologo e un predicatore), di una religiosità ottusa e unidirezionale, non lo aiuteranno certo a credere in se stesso, non vedranno il dono ma solo la scomodità. La società rurale in cui si imbatte nei suoi numerosi spostamenti è ignorante, del tutto priva di lungimiranza per poterne cogliere la preziosità. La città e il mercato dell’arte non si adattano alla sua indole. Solo Theo sembra sostenerlo ed è forse anche per questo che Vincent dipende da lui. Al di là dei soldi, Theo sembra inviare al fratello anche un’amorevole autorizzazione a procedere, un assenso alle sue vitali ambizioni.

Cosa sono io agli occhi di gran parte della gente? Una nullità, un uomo eccentrico o sgradevole, qualcuno che non ha né mai potrà aspirare ad avere una posizione sociale; in breve, l’ultimo degli ultimi. Ebbene, ammesso che ciò sia vero, vorrei comunque che le mie opere mostrassero cosa c’è nel cuore di questo individuo eccentrico, di questo signor nessuno. (L’Aia, 21 luglio 1882)

Queste sono le parole che mi hanno fatto più commuovere.

I colori, il Van Gogh colorista e i suoi tubetti spremuti fino all’ultima goccia, quel capire, conoscere, sperimentare la vastità della gamma cromatica come fosse un viaggio sull’arcobaleno. Ti senti grigio e ti sembra di vedere in bianco e nero quando leggi di tutte quelle sfumature impercettibili che lui sapeva cogliere e rovesciare sulla tela come fossero vita.

Theo, che grandi cose sono il colore e il tono! E chiunque non impari a sentirli, non sa cos’è la vita vera. (Etten, 23 dicembre 1881)

Un colorista è uno che quando vede un colore in natura riesce subito ad analizzarlo e a dire, per esempio: «Quel grigio-verde è giallo con un po’ di nero e pochissimo blu» ecc. In breve, è uno che sa trovare i grigi della natura sulla sua tavolozza. (L’Aia, 31 luglio 1882)

Il bisogno di contatti umani, di sentirsi vicino a qualcuno e di farsi accompagnare nel suo modo di vivere essenziale e spoglio, senza agi e senza ipocrisie, solo calore e vicinanza. Di un amico, di una donna.

Se al mattino ti svegli e non sei solo, se alle prime luci dell’alba vedi accanto a te un altro essere umano, il mondo ti sembra un posto molto più confortante. Assai più confortante delle riviste religiose e della pareti di chiesa imbiancate che tanto piacciono ai cosiddetti uomini di chiesa. (Etten, 23 dicembre 1881)

Tanta saggezza, di quel genere che ti dà l’esperienza del dolore, quando cerchi di incoraggiare te stesso per salvarti, come se ti autoabbracciassi. Frasi frugali, ma belle come la poesia, che lucidano gli occhi perché pensate da un essere semplice e multiforme insieme, un vinto e un Vincent(e).

Chiunque viva sinceramente e sopporti difficoltà e delusioni senza esserne vinto è molto più degno di chi ha sempre avuto successo e non ha mai conosciuto altro che una relativa buona sorte. (Amsterdam, 3 aprile 1878)

La fascinazione per la natura e l’aria aperta, in qualsiasi condizione esse si presentino. Le passeggiate di Vincent in campagna sono cura per le nevrosi e possibilità di catturare impressioni da trasformare in dipinti, da rendere con strati e strati di colore e pennellate fervide per far vedere la sinfonia della luce, delle albe, dei tramonti, dei campi assolati, dei salici al vento, dei cieli notturni. (Questo necessità di camminare dentro la natura e dentro le stagioni è resa molto bene nel film Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità, con un ottimo Willem Dafoe).

Questo ritorno del gregge al crepuscolo è stato il finale della sinfonia che ho udito ieri. La giornata è passata come un sogno, ero tanto preso da quella musica colma di di sentimento che mi sono perfino dimenticato di mangiare e bere. (Nieuw-Amsterdam, 2 novembre 1883)

I nervi, che lo hanno tradito spesso facendo di testa loro, sono sempre in agguato, sono lì insieme ai pennelli e alle tele, pronti a saltare e a dare spettacolo in combutta con le allucinazioni. Il timore di essere pazzo nelle ultime lettere è amplificato e assordante, mi ha atterrito, eppure, fino all’ultima lettera poco prima della morte, c’è la cognizione chiara della propria condizione e non un abbandono paranoico ad essa.

Ebbene, io nel mio lavoro ci rischio la vita, e ci ho perso per metà la mia ragione, e va bene così. (Auvers-sur-Oise, 23 luglio 1890)

E nonostante la lotta con una psiche instabile, c’è il bisogno vitale di lavoro, impegno e continua ricerca del miglioramento. La bellezza della sperimentazione e della conquista tramite la prova quotidiana, senza darla vinta ai demoni, ai detrattori, alle voci interiori che confondono.

Chi crede di essere perfettamente sapiente farebbe bene a ricominciare da capo e diventare stolto. (Amsterdam, 3 aprile 1878).

Nel frattempo sto nella mia pelle e la mia pelle è negli ingranaggi delle Belle Arti come il grano nelle macine di un mulino. (Arles, 6 agosto 1888)

Alla fine della lettura, quando arrivi all’ultima lettera, quella incompleta del 23 luglio 1890, ritrovata sul corpo senza vita del pittore, ti senti stremato perché hai corso con Vincent la sua stessa maratona ad ostacoli.

Ma ti senti anche liberato.

Dagli stereotipi che parole e scritti di altri ti hanno fatto accumulare, e invece adesso so il suo reale e amaro percorso biografico.

Dall’idea illusoria che l’arte sia benedizione e dono di natura da mettere su tela e il resto viene da sé, come bere un bicchier d’acqua, e invece adesso so quanto Van Gogh abbia sottoposto a severo addestramento quel dono.

Dalla paura che avevo di un artista che si tagliò un orecchio, del suo brutto carattere e della sua pazzia, e invece adesso so che fino alla fine ha cercato di addomesticarla e di capirla, come fanno solo i sani di menti. Un pazzo non lo sa di essere pazzo.

Dalla valanga di superficialità di gadget, riproduzioni, etichette e semplificazioni in circolo che nel tempo hanno fatto perdere traccia della sua vera storia, e invece adesso la so ed è stato lui stesso a narrarmela, come se Theo fossi anch’io.

E questa libertà equivale ad una prospettiva rinnovata, al poter dire, commossa e a testa bassa: «Ecco, adesso so davvero chi era Van Gogh». Come essere umano.

Leggere parole scritte e imbustate da lui è meglio di qualsiasi libro di storia dell’arte, di qualsiasi audioguida al museo, di qualsiasi corso monografico o parere d’esperto, di qualsiasi film o documentario. Perché in esse non c’è celebrazione, ma nuda verità, perfino bruttezza.

Le lettere in fondo servono a questo: avvicinare. Unire due punti lontani, non solo nello spazio, e farli comunicare.

Sono pazza se dico che mi hanno parlato più dei dipinti che ho visto dal vivo?

Può darsi, ma sono certa che se tornassi ad Amsterdam adesso potrei capire meglio ogni dipinto e vedere davvero Vincent, non solo nella sua firma.

2 Comments

  • Brigida

    Ciao margherita!
    Ho comprato il libro subito dopo aver visto il film loving vincent.Devo ancora leggerlo,ma è sul comodino ancorato con il suo bel peso specifico.
    Amo questo passaggio “Tanta saggezza, di quel genere che ti dà l’esperienza del dolore, quando cerchi di incoraggiare te stesso per salvarti, come se ti autoabbracciassi.”Credo spieghi benissimo la sua personalità disperata ed entusiasta insieme, una persona che attraverso la pittura comunicava la gioia del vivere nonostante i travagli interiore e non. Complimenti per la scrittura margherita è sempre piacevole immergersi ,soprattutto perchè è sensibile nello svelare il vero spirito delle opere e degli scrittori che racconti.

    • Margherita

      Ciao Brigida e grazie per le tue belle parole! Quello che cerco di fare con questo piccolo blog è proprio ciò che hai detto tu, cercare di svelare lo spirito delle opere e le impressioni che mi hanno lasciato. Le mie non sono recensioni, ma impressioni “spirituali” appunto, o qualcosa di simile. È bello sapere che qualcuno ha colto la mia intenzione!
      Detto ciò, leggi le lettere quando ti senti pronta, anche una ogni tanto, perché sono spesso dolorose o angoscianti. Ma vedrai che ti ritroverai anche raggiante nei momenti in cui Vincent si esalta per la pittura, per la natura e per il bello che lo circonda, anche nella sua forma più essenziale.
      A presto!

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