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L’arte di perdere

Una famiglia, tre generazioni, una manciata di giorni per leggerne tutto il dolore, la bellezza, la debolezza, la forza d’urto, la resilienza che Alice Zeniter ha infuso in loro. In poche parole un romanzo bellissimo, di quelli che mentre li leggi ti senti riconoscente al Dio della Letteratura e ai suoi scrittori missionari, anche giovani, che vengono a sorprenderci. 

Di cosa parla L’arte di perdere?

Le radici a tre profondità diverse. Quelle ataviche, tenaci alla recisione. Quelle a metà tra il dentro e il fuori. Quelle di superficie, più a contatto con il cielo esterno che con la terra. Il romanzo di Alice Zeniter immerge i protagonisti in questi tre livelli e fa immergere chi legge in una dimensione tripartita dolorosa ma accogliente, narrata con calore e poesia, senza strazi melodrammatici, inni politici o eroicizzazione forzata dei personaggi.

Ne ho letti di romanzi incentrati su ferite storiche e sulle vicende di chi le riceve (mi vengono in mente Mille splendidi soli o Il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini, genere di libri che leggevo una vita fa), ma ci ho sempre trovato dentro un compiacimento della commiserazione e una tendenza alla semplificazione (i buoni e i cattivi e nessuna sfumatura) che mi hanno fatto storcere il naso. 

L’arte di perdere è invece un romanzo dalle spalle forti, una solida e minuziosa costruzione a tre livelli che non cede mai ad un ripiegamento nella lamentazione e nella moralizzazione. Narra con fervore e infervora, ma non esagera né banalizza mai.

Ha l’eleganza di raccontare un pezzetto di storia particolare, quella algerina, mescolandola ad una riflessione universale sulle conquiste e sulle perdite, sulle terre in cui nasciamo e quelle in cui ci reinventiamo con esiti variabili.

Non mi piace usare l’aggettivo «attuale» quando parlo di un libro, mi sembra che non significhi nulla. Per questo libro ho pensato all’espressione «empatico con il presente», perché mentre parla di storia passata, di acque attraversate decenni fa, rimanda in qualche modo ai giorni nostri, al dolore strattonato dalle onde di chi fugge senza sapere se ci sarà mai approdo.

Al di là di queste dimensioni parallele e di richiami all’oggi che ti mettono sull’attenti e ti fortificano la compassione (sento di averne bisogno più che mai), e al di là del suo essere un’occasione di ripasso della storia del secolo scorso e del processo di decolonizzazione, il romanzo va letto perché è davvero ricco, generoso, appassionante.

Una saga familiare (vivrei solo leggendo di famiglie e conflitti al loro interno!) che parte dall’Algeria e arriva in Francia, non come linea retta, ma come cerchio, non necessariamente destinato a chiudersi.

È come se dentro il libro ci fosse un filo che si allunga e si smaglia man mano che gli anni passano e le origini sbiadiscono. Come se una bandiera immaginaria sventolasse a tre velocità, dalla più potente a quella a mala pena percettibile.

Alì, che aveva tutto, ha perso tutto. Ha sostituito il suo paese, l’Algeria, con una vocazione all’infelicità e con una collocazione francese che equivale ad una collocazione nel nulla, nel non più, nel mai più. Sale su un enorme traghetto e perdendo la sua Cabilia, la sponda del Mediterraneo che gli appartiene, si sente perso.

Una sbandata imprime alla corda un grosso strattone: sprofondano anche Biskra e Ghardaïa, poi Timimoun e la sabbia del deserto che cola nella ferita aperta del traghetto in partenza. Tutto il Sahara granello per granello sparisce nel Mediterraneo.

Hamid, figlio di Alì, è nel limbo di chi si guarda ancora indietro, ma si trascina con determinazione ferrea verso una nuova terra. Di chi, come «color che son sospesi», sente la perdita ma anche la chiamata alla ricostruzione. Vuole dimenticare, vuole scegliere il silenzio sull’accaduto e non parlarne più, nemmeno con quella che diventerà sua moglie e poi con le figlie. Vuole parlare il francese, provare a essere francese. Non un francese dei casermoni abitati dagli algerini ai margini della Francia, ma uno di quelli che vivono e lavorano in città.

Lasciando Le Pont-Féron Hamid ha voluto diventare una pagina bianca. Ha creduto che avrebbe potuto reinventarsi ma a volte si rende conto che viene reinventato da tutti gli altri contemporaneamente. Il silenzio non è uno spazio neutro, è uno schermo sul quale ognuno è libero di proiettare le proprie ossessioni

Naïma, figlia di Hamid, è ormai ai margini della ferita familiare. La sua vita parigina, il suo lavoro in una galleria d’arte, la sua condotta da donna libera e indipendente, sono lontanissime dall’epicentro della distruzione dei suoi consanguinei, dal loro aver perso completamente o aver perso in parte. Eppure in lei qualcosa di latente si fa sentire, un richiamo di curiosità, di necessità, di paura. La voglia di approfondire il passato e di capire meglio delle radici per lei solo simboliche, quello che c’è oltre i suoi tratti somatici, i suoi capelli ricci e il suo nome. Un viaggio di lavoro in Algeria, temuto e necessario, sarà la risposta.

Ha scelto la nave come estremo espediente per procrastinare l’arrivo, per avere venti ore per potersi abituare all’idea che ben presto sarà dall’altra parte. L’aereo avrebbe semplicemente fracassato gli anni di silenzio.

Tre gradazioni di attaccamento alle proprie radici.

Tre esiti di una stessa data: 5 luglio 1962,  il giorno dell’indipendenza dell’Algeria dalla Francia dopo un conflitto lungo quasi otto anni.

Chi, come Alì, durante la guerra ha aiutato l’esercito francese (e durante la seconda guerra mondiale ha combattuto nell’esercito dei colonizzatori, a Montecassino) viene definito harki e gli harkis sono considerati traditori in patria. È per paura di rappresaglie da parte del Fronte di Liberazione Nazionale che Alì, subito dopo l’indipendenza, lascia l’Algeria e va in Francia con tutta la sua famiglia. Là, nel villaggio cabilo sul crinale, possedeva gli ulivi e stava bene come chi sa a quale terra appartiene, ma con il sovvertimento degli equilibri tutto è cambiato, ogni posizione è perduta.

E dopo di lui, toccherà al figlio fare i conti con la perdita. E dopo ancora, ma con tutt’altro tipo di sensazioni, alla nipote.

La storia personale, le scelte, i sentimenti di queste tre persone li viviamo anche noi e tramite le loro vicende viviamo anche una storia più vasta, quella storia tiranna che gioca a dadi e sposta esseri umani come fossero pedine.

Se sei dalla parte sbagliata di questa storia, rischi di perdere ogni cosa. Se, come Naïma, nasci molti decenni dopo quella perdita rischi di perderne il senso, di non provare quello che ci si aspetta che tu provi. Sei algerina, ma di fatto non lo sei davvero.

Malgrado il diverso approccio alla vita dei tre protagonisti, le loro differenti collocazioni cronologiche, i bagagli esistenziali di fogge diverse, mi sono sentita vicina ad ognuno di loro allo stesso modo, li ho sentiti vivissimi, presenti, mi sono sentita tutti e tre. L’empatia non mi ha abbandonato mai. 

Ed ecco che torna il riferimento al talento di Alice Zeniter: saper scrivere così bene da donare al lettore la possibilità di trasferimento nei territori altrui, specialmente quelli interiori più travagliati. 

E dire che l’argomento, per vastità e portata, avrebbe potuto appesantire la narrazione, sacrificando la fluidità romanzesca alla severità dei fatti storici. 

Ne L’arte di perdere invece c’è un’armonia delle parti; non c’è la storia della guerra d’Algeria da una parte e la storia di tre persone, dall’altra, come se storia politica e storia umana non fossero fatte della stessa sostanza, ma un grande e bilanciato insieme. La guerra è fuori, ma è anche in loro con diversi livelli di violenza e condizionamento. L’indipendenza del paese e la loro dipendenza da esso (specialmente di Alì) vanno di pari passo.

Alla fine del romanzo ho avuto l’impressione di vedere una luce, una sensazione di giustezza nonostante tutto. Come se il perdere irrimediabilmente (radici, certezze, memoria, diritto alla felicità, terre illuminate dal sole e altre cose materiali e non materiali) possa in qualche modo, e dopo lungo processo, avvicinarsi a un rimedio, ad una ricomposizione dell’ordine. Non parlo di un punto di arrivo, come un cerchio che si chiude, ma più di un equilibrio meno traballante, di un non-disastro.

Nelle ultime pagine del romanzo c’è una bellissima poesia di Elizabeth Bishop, la stessa che dà il titolo al romanzo. Cito le prime tre righe:

L’arte di perdere s’impara presto; 

tante le cose col segreto intento

di andare perse, che non è un disastro.

Non è un disastro. Puoi perdere chiavi, case, città, continenti ma non è la fine del mondo secondo la poetessa statunitense. E forse ha ragione.

Mi mancano, ma non è poi un disastro.

Così, alla fine di L’arte di perdere ti rimane un lascito di speranza e di ottimismo, una poesia della (e sulla) perdita da appuntarti al cuore.

Hai letto di perdita, gestione della perdita e lontananza dalla perdita per più di 400 pagine, eppure non ti sembra di aver letto la storia di perdenti. Tutt’al più di artisti della perdita.

E credo che quest’arte abbia a che fare con il passare del tempo che risana, con la dignità, con la pietas. Come quella di Enea che perde Troia, si mette in mare e poi arriva nel Lazio, là dove i suoi discendenti fonderanno Roma.

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