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Racconti (e ricordi) parigini

Esiste al mondo una città che più di Parigi riesca a creare nella mente istantanee di poesia atmosferica, tripudi di viali romantici necessari al sogno e abbandoni lirici alla libertà? No, non esiste.

Dici Parigi e subito pensi ad un’atmosfera ben precisa, ad un’aria dai connotati così eleganti e luminosi da farti sentire al buio nella tua posizione geografica non parigina, a delle vibrazioni così poetiche, letterarie, cinematografiche, artistiche, rivoluzionarie e signorili, trasgressive e chic insieme, da farti star bene anche solo al pensiero che esistano. Parigi rassicura: è la certezza fisica e metafisica che esiste la Bellezza.

Pensi a Scott Fitzgerald, a Hemingway, a Gertrude Stein, a Sylvia Beach, allo scambio fervente di idee, alle correnti in entrata e in uscita, alle feste vitali e tristi allo stesso tempo, al cinema, alle ispirazioni, alle luci, ai colori, all’universo-Parigi e anche se non ne hai mai fatto parte, hai mille possibilità di entrarci. Un quadro, un libro, un film, una canzone, un pensiero.

A quante cose si pensa quando si pensa a Parigi? Una raffica di cose, tutte danzanti nella sfera della seduzione.

Dici Parigi e subito fai le valigie e parti per lo stereotipo (uno stereotipo imprescindibile per l’essere umano più sensibile alle Lettere). Sogni la tua vita lì, ti metti un basco rosso in testa, una maglia a righe, delle ballerine ai piedi, la baguette sotto l’ascella, un taccuino sgualcito in tasca e ti immagini al Cafè de la Paix (se sei molto ambizioso) o in un cafè qualunque, purché parigino nell’anima, a scrivere della brulicante vita del boulevard di fronte, dell’amore e della decadenza.

Parigi è un incantesimo. È polvere di stelle. È una creatura acquatica e alata insieme. Un viale lunghissimo esposto alla fama e una viuzza nascosta. Non la conosco abbastanza bene, ma nella mia testa è un reame dai colori ben definiti con un sottofondo perenne di canzoni di Juliette Gréco o Edith Piaf.

Ci sono stata in vacanza solo una volta, a giugno del 2012 (prima degli attentati che hanno appesantito l’aria della città), per una settimana, e ho sperimentato un tipo di felicità esplorativa istantanea e fortissima, come se la mia collocazione spazio-temporale di quei giorni dorati fosse qualcosa di simile al camminare dentro un sogno, una metafora infallibile, un diorama progettato per l’incanto senza fine. Ho ricordi bellissimi di quei giorni che vanno oltre il Louvre e tutti i musei, oltre la Torre Eiffel e tutti gli altri monumenti, e hanno a che fare più con un particolare modo di esistere mentre stavo lì. Mi rivedo con delle ali ai piedi e un bagliore inestinguibile negli occhi, i capelli bagnati dalla pioggia di giugno che non volevo più lavare e in altre diapositive romantiche. Tipo Midnight in Paris di Woody Allen ma senza le nevrosi.

Ricordo che la sera (che a giugno a Parigi arriva tardissimo) nel nostro piccolo monolocale trovato su Airbnb, a due passi da Boulevard Saint-Germain, nonostante la stanchezza mi mettevo a leggere Ritratto di signora di Henry James (che non è affatto francese, ma era il libro che stavo leggendo allora) e mi sentivo molto speciale.

Quante cose si possono dire di Parigi e quante cose sa dire Parigi? Non finirei più di celebrarla, ma adesso do la parola a questa raccolta di racconti che sa evocare la pariginità meglio di me.

Alcuni più che racconti sembrano elenchi, inventari di luoghi e cose parigine, appunti e spunti ispirati dalla città (per esempio Parigi di Émile Zola, Una festa letteraria a Versailles di Marcel Proust, Ricordo di Auteuil di Guillaume Apollinaire). Sono rassegne dello sguardo dentro la città o dentro un ambiente che si nutre dello spirito della città. Aiutano a osservare, a catturare dettagli anche topografici. Il racconto di Georges Perec, Tentativo di esaurimento di un luogo parigino, è una vera e propria osservazione sistematica del passaggio di automobili, autobus, persone, in vari giorni e in varie parti della giornata, è un’annotazione del minimale e del microscopico che a Parigi sembrano avere un fascino cinetico e poetico senza eguali.

Altri favoriscono l’immersione in una Parigi ottocentesca e misteriosa. Il Prologo a Rocambole e l’eredità misteriosa di Pierre-Alexis Ponson du Terrail (autore sicuramente meno noto del notissimo aggettivo “rocambolesco” che a lui si deve) è un lungo racconto di empietà e vendetta, scomparse e ritorni, visconti e generali, amori e rivalità amorose, ed ha colori notturni, le atmosfere di una Parigi malfamata e pericolosa, da feuilleton.

Sotto di lui, Parigi, un colosso di pietra e fango, dormiva il suo sonno febbrile e folgorante, immersa nella nebbia. Sotto la collina, poco lontano da lì, un chiarore coronava il frontone dell’Opéra come un’aureola; i boulevard erano illuminati da gigantesche ghirlande di fuoco, e sembravano riunire la Parigi brillante e dorata della Madeleine e la Parigi oscura e smorta del faubourg Saint-Antoine; la Parigi dei ricchi e quella dei poveri; la Parigi dell’ozio dorato e quella del lavoro tenace.

Atmosfere simili si trovano anche in I misteri di Parigi di Eugène Sue, ambientato nel quartiere del Palais de Justice in cui, a dispetto del nome, si aggirano malfattori notturni che bevono e fanno a botte. Anche questa Parigi bandita affascina e racconta molto di sé.

Altri ancora mettono in mostra il ventesimo secolo e tutto il fermento diurno e notturno, colto e modaiolo della Parigi dell’epoca, la sua vocazione genetica alle lettere e all’arte, il brulicante mondo di idee e ideatori, ispirazioni e ispiratori, le avanguardie, le riunioni.

Paris France di Gertrude Stein (ah, quanto avrei voluto conoscerla questa donna-fulcro e bere il tè con lei nella sua casa al 27 di rue de Fleurus insieme agli scrittori della Generazione Perduta!) è una rapida disamina sul ‘900 e sul suo essersi insediato principalmente a Parigi, che di quel secolo è fondamento.

Così Parigi era il luogo fatto per quelli di noi che dovevano creare l’arte e la letteratura del ventesimo secolo, era abbastanza naturale.

Shakespeare and Company (tratto da Festa mobile) di Hemingway è la perfetta espressione di un modo libero e letterario di celebrare la vita, di una città mobile e attraversata dall’infinito. Anche se eri squattrinato a Parigi potevi far parte di questo infinito ed è una cosa che mi commuove sempre quando ci penso.

Allora mancavano i soldi per comperare libri. Li prendevamo a prestito dalla biblioteca circolante di Shakespeare and Company, che era la biblioteca e libreria di Sylvia Beach al 12 di rue de l’Odéon.

– […] E dopo leggeremo e poi andremo a letto a fare l’amore.  – E non ameremo mai nessuno all’infuori di noi stessi.  – No. Mai. […] – E avremo da leggere tutti i libri del mondo e quando faremo dei viaggi li potremo portare con noi.

Credo sia questo il racconto più simbolico e vibrante della raccolta, il mio preferito. Ma ne ho anche altri di preferiti:

Un’avventura parigina di Guy de Maupassant: perché Maupassant in pochissime pagine ironiche inquadra l’universale dissidio tra aspettative intrise di sogno e realtà che richiedono impegno, tra la grigia vita provinciale e l’abbagliante vita metropolitana. La protagonista, con i suoi sogni di altrove smisurati e con i suoi desideri di perdersi “nel gorgo delle voluttà parigine”, mi ha fatto pensare ad Emma Bovary, ma una versione più divertente.

I boulevards le apparivano come voragini di passioni umane; e certo ogni loro casa nascondeva i misteri di un prodigioso amore.

Funzione di Parigi di Victor Hugo: perché è un’analisi critica sul ruolo e sul senso di Parigi, su cos’è a metà ‘800, su cosa è stata. Una città che non è una città ma uno Stato, con un enorme potere pervasivo e di contagio. Talmente centrale e fondante in tutto da poter essere anche odiata. Le parole di Hugo per descrivere questo carisma dell’essere Parigi sono altrettanto carismatiche.

Parigi agisce sulla terra come un centro nervoso. Se lei sussulta, noi tremiamo.

Funzione di Parigi/Presenza di Parigi di Paul Valéry: perché sembra una risposta novecentesca al racconto di Hugo, e perché è un’altra analisi sull’essere Parigi, una Parigi ancora più completa e multiforme, ma anche un’analisi sull’immagine psicologica che abbiamo di Parigi, sul pensare Parigi.

Parigi fa pensare a una sorta di ingrossamento di un organo del pensiero. Vi regna una mobilità tutta mentale.

Pensare Parigi?… Più vi si pensa, più ci si sente, al contrario, pensati da Parigi.

Lo spettatore di Irène Némirovsky: perché la scrittura della Nemirovsky è un balsamo anche se parla di ferite, perché è un racconto vero e proprio (e non un estratto) e ha quell’aria amara e malinconica e quell’eleganza che chi ha letto qualcosa di questa scrittrice ha già respirato. In questa Parigi la seconda guerra mondiale è appena iniziata, la bellezza della città appare più esposta e fragile che mai, così come le certezze, anche di privilegiati come il protagonista Hugo Grayer. Il climax finale in mare è molto intenso, fa sentire davvero la temperatura gelida dell’acqua, la sensazione inesorabile del non avere scampo.

La Senna abbraccia Parigi come una donna mette le braccia al collo di un uomo amato, ma una giovanissima donna, tenera e che arrossisce, pensò Hugo guardando brillare l’acqua. Quanto ne amava i gorghi, il colore pallido…

La Torre Eiffel di Dino Buzzati: perché racconta della costruzione di una Torre Eiffel surreale come fosse storia vera. La personalissima versione di Torre Eiffel di Buzzati è qualcosa di simile ad un sogno giovanile, ad un mondo segreto allungabile all’infinito, una sorta di missione di conquista del cielo e dello spazio.

Un’asta sopra l’altra, un ferro sopra un altro ferro, una putrella sopra una putrella, e bulloni bulloni, e strepito di martelli, la nube tutta ne vibrava come una cassa armonica. Noi si era in volo.

Forse mi ricorderò meno di Rue Pigalle di George Simenon e di Introduzione a Saint-Germain-des-Prés di Boris Vian, perché mi sono sembrati meno efficaci nella capacità evocativa, ma a dire il vero nessun racconto stona in questa sinfonia della città.

Nell’insieme Racconti parigini (a cura di Corrado Augias, che Parigi la conosce assai meglio di tutti noi. Lui sa sempre più di tutti noi ahahah!) è una raccolta per chi ama cercare l’incanto geografico nelle lettere.

Da leggere per trascorrere ore liete di profondo raccoglimento parigino e di evasione dalla propria mesta italianità contemporanea.

Come mi è già capitato con New York Stories a cura di Paolo Cognetti, leggere questi racconti è stato una possibilità di viaggio via parole e tramite la pista di decollo e atterraggio delle pagine. Non sei davvero a Parigi ma ci sei davvero.

E al termine del libro non posso che constatare, ancora una volta e con una felicità che assomiglia all’Arco di Trionfo parigino, che la letteratura è mezzo di trasporto e trasporto senza mezzi termini, potere magico da attivare quando e dove si vuole, verso dove si vuole. Perfino più magico di Parigi.

Usiamolo sempre questo potere.

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