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Il mio soggiorno a Casa Desolata

Siamo ora pronti ad affrontare Dickens. Siamo ora pronti ad abbracciare Dickens. Siamo ora pronti a bearci di Dickens. (V. Nabokov, Lezioni di letteratura, lezione su Casa Desolata)

Il mio ritmo di lettura di Casa Desolata è stato mutevole come un vento: l’ho iniziato con veemenza, rapita dalla curiosità e da un inizio invitante. Poi, durante le vacanze di Natale, proprio quando avrei avuto più tempo per leggerlo e abbracciarlo, ho sentito un senso di smarrimento. Ho pensato perfino di abbandonarlo. Alla fine, con un po’ di autodisciplina post festiva e di esercizi di recupero del rispetto per Dickens, ho ritrovato lo slancio iniziale e sono arrivata all’ultima pagina con beatitudine. Ma ho impiegato un mese e considerando le lunghe possibilità di lettura delle giornate festive vale come un secolo.

Perché ad un certo punto avrei voluto liberarmene?

Non per la mole (ho letto da poco Guerra e pace, sono ben addestrata alla lunghezza e alla persistenza) né per mancanza di padronanza con l’immaginario dickensiano, che è anzi un amore di vecchia data per me.

Il fatto è che Casa Desolata ha un corpo vasto non omogeneo nella brillantezza, non armonizzato sempre allo stesso modo. È un’orchestrazione complessa con parti ottime, seducenti, e parti fiacche, quasi insensate. È una sorta di flusso narrativo anarchico in cui qualcosa si impone benissimo, qualcos’altro si perde, si confonde, confonde.

E così anche tu sei mutevole nei suoi confronti: durante certe sedute di lettura ti fai sequestrare felicemente, in altre ti senti sequestrata.

La galleria dei personaggi è affollata e ci si può confondere tra tipi che sono caricature, nomi che si perdono dentro altri, comparse prive di importanza, divagazioni dickensiane di taglio satirico non sempre funzionanti e altre lungaggini sparse qua e là. Un gran lavoro, per carità, ma con le idee sottosopra.

Insomma, Casa confusa più che Casa Desolata, e desolata io che di tanto in tanto mi sono detta “chiudilo e rimettilo sullo scaffale questo pasticcio ripieno” come una lettrice rinunciataria che non voglio essere. Per fortuna poi ha prevalso la parte di me che non si arrende contro le parole e le sfida a singolar tenzone. Perché il bottino dopo è ancora più di valore. Dickens dovrebbero leggerlo tutti, ha una valore universale e con Casa Desolata ho capito che non sempre questo valore è prêt-à-porter, ma qualche volta bisogna andarselo a cercare tenacemente. E alla fine si trova, eh.

Se vi aspettate una lettura avida e fluente come con Grandi speranze, Oliver Twist e gli altri titoli arcinoti di Dickens dotati di pagine alate, vi avverto che con Casa Desolata sarà richiesto più impegno e che certe pagine le solleverete come pesi da palestra. Ma sudare per un libro di tanto in tanto non fa male.

Inizio dalle cose che mi sono piaciute, le mie vittorie su questo romanzo:

1. Le atmosfere. Una Londra appiccicosa, malsana, con una palette dai toni grigio-neri e una nebbia imperante. Immaginate quest’ariaccia tetra calata dentro i vicoli più angusti della città, là dove vivono reietti, figure solitarie e pazzi e immaginate di percorrere questi meandri mefitici tenuti per mano da un audace Dickens che non teme di sporcarsi: vivrete un’avventura letteraria piena di mistero e carattere vittoriano. Io amo questo genere di Ottocento letterario illuminato dalle candele, sporcato dal fango delle strade e ingrigito dalla miseria (il quartiere di Tom-All-Alone descritto da Dickens è l’emblema di questo degrado). Così come amo le dimore nobiliari che nella letteratura inglese del diciannovesimo secolo sembrano respirare e vivere di vita propria. Qui abbiamo Chesney Wold (che non è la casa del titolo), nel Lincolshire, che ha una terrazza detta la Passeggiata dello Spettro e una tetraggine gotica elegantissima. Atmosfere di strada e di salotto, di vicoli e di viali, sopra e sotto, dentro e fuori, ma sempre con una perizia descrittiva che sembra vibrante fotografia a colori.

La vista delle finestre di Lady Dedlock è alternativamente color piombo e color inchiostro di china. Piove ininterrottamente sui vasi della terrazza sulla facciata e le gocce pesanti cadono tutta la notte battendo, tip tip tip, sull’ampio lastricato chiamato, fin dai tempi antichi, Passeggiata dello Spettro.

2. Il suo farmi pensare al mio amatissimo Wilkie Collins. Un Collins in una versione un po’ ubriaca e meno strutturata, più ondivago negli intenti, ma altrettanto piacevole, intrigante. Casa Desolata è uno dei primi esempi di detective story e ha qualcosa delle indagini avvolte nella nebbia di Collins (grande amico di Dickens), una simile efficacia nella sospensione delle soluzioni, nel prolungarsi sempre più intrigante dei casi. Ci sono delitti, scomparse sospette, figli illegittimi, scambi di lettere, c’è il detective dalla forte personalità che anticipa Sherlock Holmes, c’è una Lady carismatica che si muove in segreto e nella notte. Se amate Collins vi sentirete a vostro agio dentro Casa Desolata.

3. Lady Dedlock, appunto. Una gran signora con una storia da nascondere e un appeal inattaccabile, un altro degli elementi forti e seduttivi di Casa Desolata. Con i suoi tormenti, i suoi fantasmi del passato e del presente, le sue mosse furtive, Lady Dedlock è uno di quei personaggi letterari maledetti a cui poi continui a pensare.

4. La storia di Esther. Esther è protagonista, voce narrante, elemento di raccordo. Le parti intitolate “Esther racconta” (che per Nabokov sono un grande errore) per me sono le migliori perché il romanzo riacquista ordine narrativo quando parla lei, si fa diario di vita e di avventura, filo logico (e non più sociologico) e sentimentale di un insieme indisciplinato. Esther, così benevola e grata, così adattabile agli smacchi della vita, mi ha ricordato Jane Eyre, il tipo della governante dalla storia mesta e dalla forza d’animo non comune di cui si vuole sapere sempre di più.

Non avevo mai udito parlare di mia madre. Né di mio padre, ma mi sentivo più attratta verso mia madre. Da quanto potevo ricordare, non avevo mai portato un vestito nero. Non avevo mai visto la sua tomba. Non mi era mai stato detto dove fosse.

5. La creatività dickensiana nell’uso di giochi di parole, assonanze, allitterazioni, nomi che rimandano ad altro, similitudini, metafore originali, uso dell’apostrofe rivolta al lettore, e altri espedienti pirotecnici per far muovere la pagina con energia anche lessicale. Il risultato è una comicità sofisticata, che richiede un po’ di padronanza dell’inglese (ogni nome o soprannome andrebbe tradotto per capire il messaggio) e che connota tutto il romanzo con una forza straordinaria. Casa Desolata è scritto in modo spesso bizzarro, è pieno di riferimenti alla società inglese che sembrano rebus, si serve della lingua per far satira e questa operazione diventa per il lettore un invito alla danza dell’irrisione. Il tono di tutto il romanzo è ironico (sebbene non manchino momenti tragici e di denuncia) e quello che viene narrato viene anche, in maniera sottilissima, deriso. Ci vuole molta maestria per farlo e se si riesce ad entrare nel mood farsesco di Dickens, nella sua voglia di criticare il sistema senza infuriarsi, ci si diverte pure.

Cose che NON mi sono piaciute, che mi hanno sconfitta:

1. Come dicevo prima, troppi personaggi, molti dei quali intralci al fluire dell’intreccio, macchiette che creano caos e traffico. Certe pagine di Casa Desolata non circolano bene, sono strozzate dentro accumuli di individui, circonlocuzioni per descriverli e logorrea di difficile comprensione. Dickens a volte sembra un accumulatore seriale di soggetti e siparietti di cui non riesce a disfarsi, non ha alcun autocontrollo narrativo. Un buon editor avrebbe potuto aiutarlo a fare economia, ma i romanzi che uscivano a dispense hanno quasi sempre il difetto della sovrabbondanza, un taglio sovraccarico perché la gente aveva il tempo di smaltire o assimilare tutto ciò che veniva narrato. A cosa servono personaggi come Mr. Skimpole o come Caddy Jellyby e la sua famiglia o come Mr. Guppy? Via, io li avrei decapitati tutti. Così come avrei frenato quello che Nabokov, nella lezione su Casa Desolata, definisce “tocco rudimentale di flusso di coscienza, che consiste nell’annotazione scollegata di pensieri fugaci”. Il lettore che tenta di inseguire passo passo i deliri di Dickens rischia la follia.

2. La questione legale alla base del romanzo. La causa Jarndyce contro Jarndyce che va avanti da decenni senza vedere mai la fine e tutto il tema della Corte di Giustizia del Lord Cancelliere con avvocati e avvocatucci vari, non viene spiegata bene, rimane sullo sfondo come uno strumento metaforico finalizzato alla satira ma non alla narrazione. Non è un vero elemento narrativo.  Sapevo che alla base di Casa Desolata c’era una vicenda legale e mi aspettavo appassionanti dissidi familiari per eredità rimaste in sospeso, testamenti al cardiopalma e altre dinamiche legate ad avidi litiganti in cerca di patrimonio. Ma la realtà è che non si sa bene perché c’è questa causa, cosa l’ha creata e come. Ci sono le vittime di questa ridicola impasse giuridica, ci sono un tutore e dei pupilli in attesa (chi più chi meno) ci sono persone invecchiate, impazzite o morte nell’attesa, ma non c’è il succo, la storia, la vicenda. Dickens getta la basi, solleva qualche piano, ma non arriva mai alla fine dei lavori della sua costruzione, un po’ come la causa Jarndyce contro Jarndyce e il sistema giudiziario inglese che tanto critica.

3. Il tema dei bambini infelici e derelitti, che negli altri suoi romanzi è linfa vitale e cuore pulsante, qui viene toccato spesso, ma mai esplorato. La denuncia di Dickens rimane in superficie, è una specie di slogan di indignazione sociale, ma tutto quel meraviglioso racconto di umanità perduta, infanzia vissuta ai margini e avventure/disavventure a più livelli, qui manca. Il piccolo Jo, il classico ragazzino di strada di Dickens, disgraziato e solo al mondo (Jo March di Piccole donne si fa chiamare così proprio in onore del Jo di Casa Desolata e io l’ho scoperto da poco) viene tirato in ballo con trasporto, ma nessuna avventura, nessun flashback, nessun capitolo intero sarà mai dedicato al suo personaggio. Anche in questo caso il difetto principale di Casa Desolata mi è sembrato l’incompiutezza.

4. L’incapacità di affabulare a ritmo costante. I cali di tensione sono sempre in agguato. Ecco che finalmente riprende una narrazione più strutturata e tu, sollevata, ti ci siedi come un posto libero sul tram, ma poi arriva un personaggio vano, una digressione di Dickens, e sei di nuovo strattonata e stanca. L’intreccio di Casa Desolata è come i fili degli auricolari quando si aggrovigliano fra loro: a volte riesci a sbrogliarli e trionfa il ritmo, altre volte i nodi ti fanno saltare i nervi e vorresti tagliarli con la forbice. In un romanzo ben riuscito i grovigli non dovrebbero essere ammessi.

Tiro le somme: Casa Desolata può farvi sentire a casa se amate Dickens, Collins, la letteratura inglese dell’800, Londra, le atmosfere nerastre, i detective, le fallen woman, le governanti ingenue. Può farvi sentire desolati se non avete pazienza, se cercate la linearità, se le trame ad accumulo vi fanno perdere la bussola. E badate bene che le due sensazioni possono coesistere e non annullarsi a vicenda. Per me è stato così.

P.S.: Parlando di Lezioni di letteratura dicevo che avrei letto la lezione su Casa Desolata a fine lettura, come postfazione. L’ho fatto ed è stato molto bello, come avere il parere di un amico coltissimo e sicuro di sé riguardo a un’opera che ci ha fatto tentennare. E sono completamente d’accordo con Nabokov quando dice che in Casa Desolata Dickens:

è maestro nel descrivere vividamente i personaggi e l’ambiente in cui vivono in qualsivoglia situazione, ma quando cerca di collegare questi personaggi in una struttura d’azione accusa delle manchevolezze.

Maestria e manchevolezza: sintesi perfetta di Casa Desolata.

 

2 Comments

  • Brigida

    Hai fatto capire benissimo il tipo di sfida che hai dovuto affrontare e che a volte capita a chi legge…anche a me capita ma vado avanti sperando che nella tortuositá ci sia qualcosa di prezioso da salvare.
    Inoltre dopo Le lezioni di letteratura di nabokov intravedo un’ impronta scientifica tipica del prof ;).
    Margherita aspetto ,se vuoi ,prima o poi una tua impressione dell’opera” La valle dell’eden”.

    • Margherita

      Hai ragione Brigida, nella tortuosità qualcosa da salvare c’è (quasi) sempre. Prima di abbandonare definitivamente un libro io provo a forzarmi un po’ e facendo così ho scoperto anche meraviglie (mi viene in mente Viaggio al termine della notte di Celine che avrei voluto mollare mille volte ma che poi mi ha donato cose preziose). Riguardo a scrivere qualcosa su La valle dell’Eden (che libro meraviglioso!) ci farò un pensierino. Ciao 😉

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