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A lezione dal prof. Nabokov

Per quanto mi ripetessi che stavo cercando una mera presenza lenitiva, un pot-au-feu nobilitato, un toupet intimo animato, ciò che davvero mi attirava in Valeria era l’imitazione che sapeva fare di una bambina.

Ho aperto e citato a caso (pag. 27) da quel capolavoro languido e meticoloso che è Lolita, ma avrei potuto citare altre mille cose pregiatissime uscite dalla penna stilografica d’oro di Nabokov (io la immagino d’oro zecchino). Quando penso alla classe in letteratura penso a lui e ho visioni di ardore lessicale e seduzione.

Da uno che scrive con tale sontuoso uso delle parole e della prosa, con un’attenzione così colta, con la piena padronanza di tre lingue e culture (russa, inglese e francese), non ci si poteva certo aspettare lezioni di letteratura improvvisate, brain storming estemporanei e generalizzazioni di impianto tradizionale.

E allo stesso tempo, da un autore così chic e ricercato, a tratti snob, non ci si poteva aspettare buonismo, benevolenza onnicomprensiva e assenza di gusti e disgusti letterari. La sua visione delle cose letterarie (e non solo) è troppo completa e vasta per temere di tagliare la testa di netto a determinate cose e concetti. La sua sapienza è audace.

Nabokov è un insegnante/scrittore fiero della sua pienezza di pensiero, è uno che prende posizioni decise e furiose, condanna ciò che è sbagliato, esclude con sarcastica tenacia tutto ciò che non ritiene all’altezza, glorifica solo ciò che decide lui.

Questa sua coltissima sicumera senza esclusione di colpi mi ha fatto sorridere spesso, come quando dice, a proposito di Kafka:

È il più grande scrittore tedesco della nostra epoca, al cui confronto poeti quali Rilke, o romanzieri quali Thomas Mann sono nani o statuine di gesso.

O quando dice:

Francamente, non sono uno di quei docenti universitari che con aria civettuola si vantano di leggere con piacere i polizieschi: sono scritti troppo male per i miei gusti e mi annoiano a morte.

Ma in qualche modo mi ha anche messa in guardia, come se mi fossi sentita rimproverata e ridicolizzata dalle sue opinioni che sembrano comandamenti.

Può risultare antipatico, ve lo dico. E infatti durante la lettura qualche volta ho provato fastidio nei suoi confronti e ho prodotto degli immaginari gne-gne canzonatori contro la sua alterigia. Ma sempre alternati a dei commossi e devoti wow per certe bellissime osservazioni.

Aggiungo pure che quello che interessa a Nabokov è solo la struttura delle opere che analizza, l’ordito, il lavoro che ha fatto l’autore. Le emozioni che l’opera porta con sé, tutte le possibilità di immedesimazione, vibrazione e uso dei sentimenti, per lui non hanno alcun interesse, è roba da idioti, da lettori ingenui.

È un po’ un ingegnere Nabokov, uno che analizza con attenzione millimetrica le assi portanti, i pilastri, i raccordi, le leghe per tenere insieme la costruzione. Dell’arredamento e di ciò che può suscitare gliene frega davvero poco. Da scrittore vuole stringere la mano allo scrittore, celebrarne il duro lavoro e le tecniche usate. E vuole che lo studente del suo corso capisca i meccanismi, solo quelli. Vuole che nasca un’empatia diretta studente-autore senza il tramite dei personaggi e delle emozioni.

Come ormai avrete capito, quando parlo di libri, non m’importa granché dei fatti di interesse umano.

Niente abbandoni emotivi dunque, solo approcci analitici rigorosi e autostima ferrea.

Ma vediamo un po’ in breve com’è strutturato il libro (e mi scusi professore se non approfondisco abbastanza ma questo è un blog piuttosto pop).

C’è un’introduzione dal titolo Buoni lettori e bravi scrittori che ho trovato bellissima, ispirante, e che mi ha fatto riflettere sul mio modo di leggere (sbagliato, stando a quanto dice Nabokov), sul fatto che spesso mi innamoro così tanto della tessitura di un libro da dimenticarmi  la mente dell’autore, il suo parto di certo travagliato. Nabokov mi ha ricordato di dover equilibrare meglio le mie spinte da lettrice, di non farmi travolgere solo dalla passione, ma di provare ad avere anche “la pazienza dello scienziato”.

Tutti noi abbiamo temperamenti diversi, e vi dico subito che il temperamento migliore che un lettore possa avere, o sviluppare, è una combinazione di temperamento artistico e temperamento scientifico.

Per me, che sono una lettrice furiosa alla ricerca di arte letteraria da appuntarmi al cuore, l’approccio scientifico è una gran bella sfida. Ma proverò a domarmi, a pensare anche alla gestione tecnica del materiale (e so già che non ci riuscirò).

La letteratura non è nata il giorno in cui un ragazzino corse via dalla valle di Neanderthal inseguito da un grande lupo grigio, gridando «Al lupo, al lupo»: è nata il giorno in cui un ragazzino, correndo, gridò «Al lupo, al lupo» senza aver nessun lupo alle calcagna.

Per esempio, di fronte ad un periodo così sublime mi batte il cuore e non penso a quanta fatica abbia fatto Nabokov per costruirlo. E lui mi odierebbe per questo.

Iniziano poi le analisi vere e proprie, corredate di disegni fatti da Nabokov, suoi appunti, perfino traduzioni di suo pugno, perché a lui quelle fatte da altri non piacciono quasi mai (“oh, ignobili traduttori, traditori e filistei!” dice ad un certo punto). Il puntiglio è la sua grande guida spirituale.

Mansfield Park: qui secondo me si capisce che Nabokov non è un grande fan della scrittrice inglese, ma cerca di tirarne fuori qualcosa di buono, un quid di genialità. L’analisi è fatta per lo più di citazioni di interi brani e di brevi interventi del professore sullo sviluppo strutturale dell’opera. Ci sono poi riferimenti a caratteristiche peculiari di Austen, come

la fossetta, che spunta quando lei, furtivamente, introduce tra le componenti di un semplice brano informativo, un accenno di delicata ironia.

O la cadenza epigrammatica, un pensiero espresso con ritmo conciso e arguto, tipico dello stile austeniano.

Personalmente considero Mansfield Park uno dei romanzi più noiosi di Jane Austen (ne ho parlato qui), quello che si può fare anche a meno di leggere. La Jane più acuta e brava ad orchestrare, quella più abile con la “fossetta” e il ritmo, io l’ho trovata in Orgoglio e pregiudizio e ancora di più in Ragione e sentimento ed è questa la Austen fondamentale.

Casa desolata: aspetto di finire la lettura (infinita) di Casa desolata prima di leggere questa lezione (ve ne parlerò presto). Ho sempre preferito le postfazioni alle prefazioni. 

Madame Bovary: per me è stata l’analisi più incantevole, la più brillante, la più accurata. Sarà che ho riletto il libro da poco e che certe meraviglie descrittive flaubertiane le vedo ancora bene come foto scattate durante la golden hour, ma lo studio che ne fa Nabokov mi ha incantata. Cito qualcosa:

La giovane Emma Bovary non è mai esistita, il libro Madame Bovary esisterà in eterno. Un libro vive più a lungo di una giovane donna.

Madame Bovary è un romanzo realistico o naturalistico? Questione complessa su cui Nabokov pensa, sontuosamente, questo:

Ma realismo e naturalismo sono concetti relativi: ciò che per una determinata generazione è naturalismo in uno scrittore, a una generazione successiva potrà sembrare sovrabbondanza di particolari incolori, e, a una generazione precedente, scarsità di particolari incolori. Gli ismi scompaiono; l’istico muore; l’arte rimane.

Leggendo questa lezioni mi sono accorta per la prima volta della tecnica dell’interruzione parallela o contrappunto che impiega Flaubert e ho aperto gli occhi sui faticosi meccanismi oltre che sulla bellezza generale.

Lo strano caso del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde: di questo libro Nabokov dice che ha un “delizioso sapore di vino”, toni opulenti, grande attenzione allo stile (inteso da Nabokov come qualcosa di sensuale e logico insieme) e invita a non ingabbiarlo dentro il classico dualismo bene-male, in una nettezza di opposizione, ma nel misto di bene e male. Jekyll non è puro bene e Hyde non è puro male.

In realtà, ci sono tre personalità: Jekyll, Hyde, e una terza, il residuo di Jekyll quando Hyde prende il sopravvento.

Le sue rappresentazioni grafiche da maestro di geometria aiutano a capire meglio:

Dalla parte di Swann: sì, si parla anche della famosa madeleine inzuppata nel tè e sì, si ha paura dell’opera proustiana tanto quanto prima di leggere la lezione, forse di più. Le notazioni del professore sono inviti all’immersione nella pancia del mostro, dentro la sua lunghissima, temutissima, maratona di metafore, dilatazioni temporali, conversazioni dentro descrizioni e descrizioni dentro conversazioni. In pratica tutto quello che mi atterrisce di Proust, che mi è sempre parso uno scrittore esagerato e invece forse è solo generoso. 

La tendenza a riempire, a dilatare una frase fino al limite massimo di ampiezza e lunghezza, a stipare nella calza della frase una quantità miracolosa di proposizioni, incisi, subordinate e sub-subordinate. Sì, quanto a generosità verbale è un vero e proprio Babbo Natale.

Immaginare Proust come Babbo Natale in effetti può essere un buon modo per avvicinarsi alla sua monumentale opera (4000 pagine, un milione e mezzo di parole secondo i calcoli del professore).

La metamorfosi: qui si vede ancora di più la capacità analitica di tipo scientifico del professore, quel voler sezionare il dettaglio perché parte decisiva della struttura generale. Nabokov ha studiato l’entomologia, ha analizzato forme e misure dell’insetto in cui si è trasformato Gregor Samsa ed è arrivato alla conclusione che non si tratta di uno scarafaggio come pensano i più, ma di un coleottero. E chi può contraddirlo? Chi l’avrebbe mai potuto notare? Siamo ferventi lettori, ma spesso non siamo in grado di addentrarci nella macchina del libro, nelle sue esattezze funzionali. Nabokov sì, perché si emoziona poco e studia tanto.

Anche l’analisi della struttura, che Nabokov suddivide in tre parti, ognuna con un certo numero di scene, si spinge sempre in profondità, tocca punti di raccordo che il lettore comune difficilmente nota.
Nabokov mette anche in guardia dal rischio di simbolizzare troppo La metamorfosi (in effetti si dice sempre che l’insetto rappresenti qualcosa e che l’opera sia il simbolo di qualcosa):

Di questi simboli fatui, ne troverete in quantità nell’approccio psicoanalitico e mitologico all’opera di Kafka, in quella miscela alla moda di sesso e mito che tanto attrae le menti mediocri. In altre parole, i simboli possono essere originali oppure stupidi e banali. E l’astratto valore simbolico di un’opera d’arte non dovrebbe mai prevalere sulla sua ardente, bellissima vita.

Ulisse: premesso che non credo vorrò mai leggere l’Ulisse o qualcos’altro di Joyce (Virginia Woolf mi ha un po’ influenzato in questo senso. Nel suo Diario dice che “il libro è prolisso. È torbido. È pretenzioso”. Per quel poco che ho letto di lui non posso che concordare. È snervante.) e che di flussi mentali stancanti mi bastano i miei, devo dire che anche in questo caso Nabokov è riuscito a farmi interessare. Ho ammirato ancora quel suo analizzare senza soffermarsi su simbologie, sofismi e speculazioni critiche barbose.

Tutta l’arte è, in certo senso, simbolica; ma noi grideremo «Al ladro» al critico che trasforma deliberatamente il simbolo raffinato di un artista nell’allegoria stantia di un pedante – le mille e una notte in un convegno di paramassoni.

La lezione è concreta, attenta ancora una volta alla struttura, alle sue partizioni, alle ore, i luoghi, i personaggi e lo stile di ognuna. Per me è stata la più complessa da leggere, la più sfiancante, ma in qualche modo mi ha fatto accarezzare un’opera che temevo mi potesse azzannare. La diffidenza rimane, ma almeno ho potuto avvicinarmi al mostro sfrenato.

Il libro si conclude con un’appassionata disquisizione intitolata Arte della letteratura e senso comune  e un commiato elegantissimo in pieno stile Nabokov. Poche pagine di grande sontuosità.

In conclusione, mi sono piaciute queste lezioni?

Credo che estrapolate dal contesto del corso universitario della Cornell University (che ovviamente prevedeva la lettura obbligatoria di tutti i testi trattati) perdano un po’ di efficacia. È chiaro che non avendo mai letto ProustJoyce prenderei un’insufficienza all’esame del prof. Nabokov e diventerei oggetto del suo disgusto (anzi no, non mi degnerebbe nemmeno di quello), è la sensazione che si ha leggendo le lezioni è proprio quella di non aver studiato abbastanza. Nabokov attraversa le trame, parte dopo parte dopo parte, dedica intere pagine a riassumere quello che succede nell’opera e senza aver letto l’opera in questione ci si può sentire messi da parte, si può perfino sonnecchiare.

Tuttavia, queste lezioni hanno un super potere, quello di suscitare curiosità e favorire la nascita di desideri di buona lettura.

Ma anche, come ho già accennato, quello di indurci a interrogare noi stessi sul modo in cui affrontiamo un’opera, a riflettere sulla nostra superficialità, sul non notare le minuzie e i meccanismi e sul privilegiare l’empatia con la finzione e i personaggi , dimenticandoci della realtà produttiva, laboriosa dell’autore. Troppo cuore e poca ratio sono i nostri vizi.

È un libro raffinato, colmo di cultura, sostanza, padronanza e del tutto privo di timidezza e modestia. 

È misurato, tecnico, preciso, ma anche capace di dichiarazioni d’amore trasversali alle opere d’arte letterarie.

È originale e libero, perché analizza capolavori senza i soliti cliché cattedratici, dando calci e sferzate impudenti a leitmotiv, topoi e simbolismi della critica classica.

È un libro che sfida certezze, mette in moto autocritiche, plasma desideri di lettura, crea sete di sapere e di cultura. Ed è per questo che consiglio a chi ama la buona letteratura di leggerlo.

Perché Nabokov è un professore meticoloso, sfinente e tagliente, talvolta cinico, ma dona ai suoi studenti, e a noi lettori di svariati decenni dopo, tutto il suo genio luminoso.

Ecco cosa mi sono sembrate le sue lezioni: fari puntati alla perfezione su opere d’arte. In questi tempi bui è un grande privilegio leggerle.

Se non sappiamo fremere, se non impariamo a sollevarci un po’ più in alto della nostra normalità per riuscire a gustare i frutti più rari e maturi dell’arte che il pensiero umano ha da offrire, rischiamo di perdere il meglio della vita.

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