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Perché leggere Compulsion

Mentre leggevo Compulsion continuava a venirmi in mente una delle più belle scene (questa) di Match Point di Woody Allen, quella in cui il protagonista omicida lancia verso il Tamigi diversi gioielli, tra cui un anello, che avrebbero potuto inchiodarlo. A sua insaputa l’anello non cadrà in acqua come gli altri oggetti, ma rimbalzerà sul parapetto e andrà a finire a terra. Quel rimbalzo, quella distrazione, saranno la sua fortuna.

Nella storia che ci racconta Meyer Levin non c’è un anello ma un paio di occhiali caduto a terra, un’altra distrazione volante che (simbolicamente?) aiuterà chi indaga a mettere a fuoco la verità.

Il caso in entrambi i casi ha tiranneggiato sui fatti, ha deciso irrevocabilmente quale corso far prendere agli eventi e io continuo a trovare questa accidentalità inespugnabile qualcosa di terrificante (e qui ritorniamo al dominio della fatalità di cui parlava Tolstoj in Guerra e pace).

Così come trovo terrificante la mente umana, una distesa vastissima di possibilità neurologiche, psicologiche, intellettive che possono generare mostri perfino affascinanti nella loro deformità. La mente è la forza che temo di più al mondo, tremo al suo cospetto.

La storia purtroppo vera di Compulsion è uno dei più agghiaccianti fatti di cronaca americana: a Chicago, negli anni ’20, due studenti ebrei multimilionari e super intelligenti rapirono e uccisero un ragazzino di 14 anni senza alcun movente, nel tentativo (volutamente?) imperfetto di realizzare il delitto perfetto.

La presenza di un movente non rinforza di certo la sensatezza di un omicidio né indebolisce la sua gravità, ma in qualche strano modo rassicura, fa retrocedere il misfatto nel sistema causa-effetto e questo ci fa sentire meno in balia dell’imprevedibilità umana.

In questa storia non c’è movente, non c’è ragione ed è questo che fa ribrezzo e allo stesso tempo suscita un interesse che si avverte quasi come peccaminoso. Mi sono sentita in colpa di fronte alla mia curiosità, a quella voglia di capire e sondare che diventa necessità. Se non c’è un movente ci sarà almeno un motivo, una falla interiore, psicologica o sociale da potere chiamare per nome ed è questa entità malsana che si vuole scovare leggendo. La tristezza per la vittima innocente passa in secondo piano, paradossalmente quasi scompare perché non è nel corpo morto della storia, ma nella mente viva dei due assassini che si vuole indagare.

Perché due ragazzi ricchi del South Side, privilegiati, eccellenti nello studio, capaci di divertirsi, con prospettive eccellenti, decidono di farsi assassini? Cosa li ha convinti? Cosa ha trasformato la loro parte Jekyll in una mostruosità Hyde?

Alla storia della noia, alla formula stantia del “chi ha tutto non sa più come divertirsi”, applicata spesso a casi simili, io non ci ho mai creduto.

Quello che Artie Straus e Judd Steiner (i loro veri nomi sono Richard Loeb e Nathan Leopold) affermano è l’ispirazione alla filosofia di Nietzsche, alla teoria dell’Übermensch di Così parlò Zarathustra, all’oltre-uomo, alla libertà di elevarsi al di sopra dei concetti tradizionali di bene e male e dell’etica comune.

Si tratterebbe di un esercizio intellettuale dunque, del piano di due menti colte, intrise di sapere filosofico e ispirazioni superomistiche che vogliono superare le barriere della mediocrità attraverso un atto supremo.

Non credo tanto nemmeno a questa versione.

È vero che Artie e Judd sono due cervelli geniali, entrambi molto eruditi. Hanno modelli filosofici e letterari sofisticati e citano spesso autori come l’Aretino (figura non proprio bonaria della letteratura italiana):

«I Medici!» esclamò. «Tutti noi abbiamo un’epoca in cui saremmo dovuti nascere. Il mio vero errore è stato quello di nascere nel Novecento. Io sarei stato adatto ai tempi di Cellini e dell’Aretino, non credi? Hai letto l’Aretino, vero?». Fino a che punto Judd appartenesse al suo secolo non potevamo saperlo, allora. Io dissi che anche ai tempi dell’Aretino era considerato un delitto uccidere la gente per puro capriccio. «Se non altro, a quei tempi l’omicidio era considerato un’arte!» ribatté lui trionfante.

La deformazione legata all’ispirazione potrebbe verificarsi in menti deboli, ma quelle di Judd e Artie sono acute, non copiano nessuno.

Io credo che il motivo del loro gesto folle sia da ricercare altrove, non in quello che i due sono adesso, non nelle loro letture e nei loro studi del college, ma in quello che sono stati, nella famiglia che li ha generati. Il mostro si aggira da quelle parti e ad un certo punto deve averli divorati per poi risputarli altrettanto mostruosi.

E qui si potrebbe aprire un dibattito senza fine, si potrebbe citare Freud (che io considero un grande standardizzatore  del complesso, uno che ha ridotto a simboli situazioni pluridimensionali ed eterogenee), si potrebbe puntare il dito contro il padre e la madre, si potrebbe dire, di contro, che è troppo facile dare la colpa a queste due figure così maltrattate dalla psicoanalisi, si potrebbe tirare in ballo la sfera della sessualità e così via e forse non si arriverebbe mai al punto.

Ma, è di questo credo di essere certa, uno non uccide qualcuno se non ha dentro un mostro nato in tempi non sospetti e inferocitosi con gli anni. Deve per forza esserci un momento in cui qualcosa di delicatissimo viene ferito o spostato dove non dovrebbe stare.

Credo molto all’infanzia come fucina di Vulcano in cui una parte di noi prende una forma o si deforma definitivamente. Ci vedo il fuoco e il pericolo in quella fase della vita; qualsiasi cosa venga detta o fatta davanti a un bambino mi sembra possa cambiarlo in maniera anche violenta.

Questo vecchio, stanco mondo continua a riprodursi, in un susseguirsi di nascite, vite e morti; e tutto ciò procede alla cieca, dall’inizio alla fine. Io non so che cosa abbia indotto questi ragazzi a compiere il loro folle gesto, ma so che non si sono partoriti da sé. So che una qualunque delle infinite cause originarie potrebbe aver agito nella mente di questi ragazzi: ora in modo subdolo, odioso, ingiusto si chiede di farli impiccare, solo perché qualcuno, in passato, ha peccato contro di loro.

Non lo so nemmeno io cosa li ha spinti al folle gesto, ma sono d’accordo con l’avvocato difensore (incantevole la sua arringa finale) nell’andare a cercare la causa indietro nello spazio e nel tempo.

Meyer Levin, che nel romanzo è presente con il nome di Sid Silver, coetaneo e conoscente dei due ed esordiente reporter che segue il caso, non ci invita alla moralizzazione, alla demonizzazione, non ci fornisce un kit di giudizi preconfezionati. Da bravo giornalista ci espone i fatti, le indagini, le perizie psichiatriche, le fasi processuali e noi leggendo ci facciamo un’idea libera.

Farci quell’idea è importante ed è il motivo principale per cui leggere Compulsion: per imparare, o almeno provare a imparare, la difficile tecnica del farsi un’opinione non di superficie, dell’andare alla ricerca della verità e non del giudizio veicolato dai media o dalle mode aggressive dell’opinionismo pubblico (cosa che accadeva nel 1924 come accade oggi).

Il romanzo ti dà prove, carte, dialoghi, ti porta nel mondo legale, in quello psichiatrico, in quello studentesco e giovanile, ti fornisce materiale (580 pagine fitte fitte) e tu da solo, un po’ tremante, un po’ disgustato, un po’ tenace, poi sempre più autonomo e libero da inibizioni moraleggianti e influenze di massa, dai vita alla tua idea delle cose.

In epoca di analfabetismo funzionale e di democrazia del parere a tutti i costi, Compulsion può essere un monito, quello di provare a informarsi con accuratezza prima di sputare sentenze facili.

È stata intensa questa modalità di lettura/indagine, un’esperienza diversa dal solito. Si partecipa attivamente anche quando si vorrebbe girare la testa dalla parte opposta e anche quando si pensa “perché devo turbare me stesso con queste brutte cose?”.

Prima di capirne l’utilità ho avuto sentimenti ambivalenti nei confronti di questo libro, un continuo non mettermi d’accordo con il gradimento e il fastidio.

In effetti è un’opera doppia, il numero due è decisamente il suo tratto distintivo e forse anche la mia oscillazione bifronte è derivata da questa caratteristica fortissima. Due gli assassini, due le parti i cui è diviso il libro (il delitto e il processo), due le modalità in cui si può leggere (come romanzo hard-boiled o come ricostruzione storica), due le gamme di sensazioni, quella legata alla tentazione di mollare e quella della necessità di scoprire.

Eppure, nonostante questo dualismo che struttura il libro, all’inizio della storia devo dire che non riuscivo a distinguere bene chi fosse Artie e chi Judd, mi sembravano un’unica manifestazione della stessa deviazione, un unico mostro con quattro mani e un cervello malato.

La folie à deux di questi tizi è talmente armonica ed è alimentata così tanto da questo binomio da far pensare ad un monomio.

Questa tendenza a confonderli avrebbe continuato a manifestarsi per tutta la durata del processo; gli avvocati e gli psichiatri continuavano a nominare l’uno quando invece intendevano riferirsi all’altro. I verbali sono pieni di questi lapsus. «Steiner…». «Intende dire Straus?». «Sì, sì, volevo dire Straus…». Nelle nostre menti, insomma, rappresentavano una specie di personalità unica. Eppure, sulla base delle dichiarazioni da loro rese agli psichiatri, si potevano desumere profili piuttosto diversi.

Solo dopo i due si rivelano nelle differenze e solo dopo capiamo che Artie è il vero cinico dei due, il più sprezzante, mentre Judd è una persona fragile, sessualmente confusa, in grado di provare qualcosa di simile all’amore. Solo per lui, sebbene con un po’ di sforzo, alla fine si prova qualcosa di simile alla compassione.

Ho pensato tanto durante questa lunga lettura, sono venuti a trovarmi pensieri di varia natura e spessore, anche lontanissimi l’uno dall’altro.

Mi sono venute in mente figure più lievi come Jessica Fletcher e ho riso immaginandola dentro questo storia con tutta la sua rapidissima sagacia. In fondo Compulsion è anche una detective story e si può tentare di leggerlo in maniera più easy, come fosse un giallo (io non sempre ci sono riuscita).

Ma nei momenti di consapevolezza piena della realtà dei fatti, mi sono venute in mente (sulla scia dei riferimenti contenuti nel libro) anche disumanità come l’Olocausto. Ho pensato che se è accaduto ciò che è accaduto e se l’umanità si può rivelare disumana su scala larghissima, la disumanità del singolo non può stupire. Il male è spesso banale.

A quel punto capii: non avevamo già avuto, nella nostra epoca, la riprova di come intere popolazioni possano restare contagiate dal delirio di un leader pazzo?

Mi è venuto in mente Raskolnikov di Delitto e Castigo e mi sono chiesta se in Judd e Artie sarebbero mai arrivati gli incubi del pentimento, le sofferenze dostojevskiane della coscienza.

Facilissimo pensare anche a Nodo alla gola di Hitchcock e ad altro cinema sul tema del delitto perfetto, così come è spontaneo pensare a Truman Capote e al suo A sangue freddo, alla forza d’urto del romanzo verità.

Ho pensato ai pregiudizi dell’epoca, quel continuo riferirsi ai due assassini chiamandoli “invertiti”, termine ormai desueto per definire gli omosessuali, come se questa loro “condizione” (vaga in Artie, più definita in Jude) fosse in qualche modo parte della loro crudeltà, se non addirittura la causa.

Era l’epoca in cui gli psichiatri venivano chiamati alienisti e in cui l’omosessualità veniva vista come qualcosa di alieno.

Ecco dunque la morbosità, finalmente descritta in modo esplicito. Era una cosa davvero tanto terribile? Nella storia del comportamento umano, fra tutte le cose morbose e orribili, distorte e insensibili, scherzose e sbagliate compiute dagli esseri umani, erano quelle le peggiori?

Ho riflettuto sul concetto di diritto alla difesa, se tutti lo possiedono o se in casi troppo efferati lo si perde puntando dritti alla peggiore delle pene. Questione molto delicata che ci riguarda tutti perché chiama in causa la nostra capacità di perdono rispetto al desiderio cieco di castigo. La redenzione è possibile sempre oppure no? Bisognerebbe chiedere al Beccaria e rileggersi il suo Dei delitti e delle pene.

Ho pensato tanto anche al caso (vedi incipit cinematografico di questo post), al suo darsele di santa ragione con il libero arbitrio.

Compulsion è un libro che fa pensare tantissimo, è come se ad ogni pagina ti chiedesse “E tu? Che ne pensi?” e allora, per non trasformarti in un opinionista da quattro soldi, ti sforzi di valutare attentamente, di non fermarti alle apparenze, di non cedere ad una rabbia cieca e giudicante.

Compulsion è un esercizio di gestione dei nervi e delle emozioni, dell’avere una visione delle cose e del capire quando ci si deve fermare, perché certe cose non si possono afferrare, analizzare e commentare come le altre.

Allora, a chi va attribuita la responsabilità di questo omicidio: alla parte intellettuale o a quella emotiva dell’essere umano?

Non è possibile dividere in modo netto una persona in queste due parti. Potremmo dire che le azioni delittuose hanno avuto origine nella spinta istintuale, che in questo caso non è stata tenuta sotto controllo, come avviene di solito in un essere umano dal normale sviluppo emotivo.

Potremmo dire tante cose, ma sempre consapevoli che la nostra indagine e il nostro parere verranno soffiati via dal vento dell’imperscrutabile.

Compulsion è anche un invito alla riflessione sul lato oscuro e istintuale della mente umana, pianeta vastissimo di cui non si riesce a prevedere il verificarsi di scosse telluriche e cedimenti catastrofici.

La compulsione è una forza imprevedibile e spaventosa. Forse più del caso.

Leggere Compulsion ce lo ricorda e abbiamo un grandissimo bisogno di ricordarcelo senza giudicare.

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