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Addio fantasmi e di come ho scoperto una scrittrice da amare

Ho letto Addio fantasmi subito dopo il mio congedo da Guerra e pace.

Dopo aver sperimentato una pienezza letteraria così enorme ed essermi annodata così bene e per sempre all’intreccio tolstojano, avrei potuto trovare il romanzo di Nadia Terranova non abbastanza pieno di anima e vigore, una lettura priva di effetti. Avrei potuto sperimentare l’insulso dopo il sontuoso e ritrovarmi incontentabile. L’ho messo in una successione scomoda, povera creatura, l’ho caricato di una responsabilità non da poco e avrei potuto schiacciarlo.

Ma nulla di tutto ciò è accaduto perché Addio fantasmi, con il suo corpo esile e le sue parole non fitte, ha una forza che ti afferra e ti trattiene, una capacità di farti sostare a lungo nell’area della sua storia anche quando la storia finisce, anche durante le pause. Lo guardi quando è chiuso e pensi “questo me lo faccio fuori in un paio d’ore”, sottovalutandone il peso emotivo, e invece, quando inizi a leggerlo, vuoi rimanere sospesa fra le sue accurate parole, dondolarti senza fretta nella bellezza dolorosa di certi pensieri, trattenerti dentro un po’ del dolore della protagonista per non lasciarla subito sola.

È un romanzo pieno e forte che non ha bisogno di lunghi resoconti, eccessi di spiegazioni e sviluppi minuziosi. Non accontenta curiosità morbose né mette in campo colpi di scena o cambi di scena. La sua trama è essenziale: Ida, il suo ritorno a Messina, i lavori di ristrutturazione nella casa natale, il padre scomparso nel nulla 23 anni prima, il rapporto con questa assenza, con la madre ancora presente e con un marito verso cui ha perso lo slancio.

Poi, una mattina, mio padre era scomparso. Non come la coppia di nonni già anziana prima della mia nascita, non come quando un incidente o un infarto chiudono una vita. La morte è un punto fermo, mentre la scomparsa è la mancanza di un punto, di qualsiasi segno di interpunzione alla fine delle parole. Chi scompare ridisegna il tempo, e un circolo di ossessioni avvolge chi sopravvive.

Addio fantasmi non racconta ma evoca e dato che c’è un fantasma simbolico di mezzo credo che evocare sia il verbo giusto.

C’è il passato, quella dimensione che può essere rifugio o carcere in base ai ricordi che evochiamo, ci sono notti insonni o sogni troppo faticosi, c’è lo spirito benigno o maligno di tutto ciò che Ida ha fatto e vissuto, c’è la sua necessità di contattare e lasciar andare un aldilà/altrove che troppo a lungo l’ha infestata.

La mattina in cui mio padre era uscito da casa e non era più tornato non era ancora finita: dentro di me l’orologio non aveva mai segnato il pomeriggio.

Metaforicamente Addio fantasmi è una seduta spiritica vista mare in cui battono colpi tanti tipi di fantasmi: quelli di chi se n’è andato, quelli delle parti morte di noi stessi, quelli dei rapporti guastati dalla vita, quelli dei posti in cui non andiamo più, quelli più recenti che vengono in pace e a liberarci. Fantasmi che tutti noi abbiamo conosciuto in maniera più o meno persistente.

A pensarci bene c’è dentro un po’ di Tolstoj anche in questo romanzo: c’è una lunga guerra, quella contro un’assenza onnipresente, e c’è la necessità di una pace. C’è una donna alla ricerca di un equilibrio dopo uno scivolare continuo e c’è il ritrovarsi esplorando se stessi, il visitare la città natale delle proprie paure per non avere più paura e rifondarsi.

Ho amato la delicatezza di Addio fantasmi, il suo saper trattare il dolore senza sprofondarci. Dentro il romanzo c’è anche quel grande mostro ciclopico che è la depressione, ma non c’è il vittimismo di chi l’ha subita né il giudizio di chi non la conosce. C’è l’eleganza del non dire troppo e del dire quanto basta per rendere la sofferenza di Ida empatica e mai antipatica. E infatti Ida è un personaggio a cui si vuole molto bene.

Quando si raccontano storie tristi c’è sempre in agguato il rischio dell’eccesso e del compiacimento (mi viene in mente Una vita come tante di Hanya Yanagihara, che ho letto l’anno scorso tra alti e bassi) e quindi della farsa. Ci vuole molta abilità nel trattenere le spinte facili verso il tragico e nel far toccare al lettore il dolore senza molestarlo. Nadia Terranova ci è riuscita, con grazia e discrezione ha saputo convogliare la narrazione del dolore dentro metafore di fantasmi, di infiltrazioni, di ristrutturazioni, di umidità, l’ha fatto scorrere piano per non inondare chi legge. Così ci sentiamo coinvolti nel profondo ma mai infestati.

Una modalità perfettamente in armonia con la gestione del dolore di Ida, con la sua armatura, con il suo vivere tra “cose terribili come fossero normali e viceversa” (che è il titolo di un capitolo della parte seconda), con il suo aver accumulato anni di infelicità senza mostrarsi al mondo fieramente triste.

Ma il pericolo della felicità degli altri era sempre in agguato, avrebbe potuto offenderci di continuo, non potevamo smettere di difenderci mai: la nostra cordialità presidiava la ferita come un cecchino, difendeva con le armi il confine fra noi e il mondo.

È questo sforzo sovrumano di normalità, questo fare coppia fissa da decenni con la sofferenza senza mai mostrarsi in giro insieme a lei che mi ha commosso di più. Come si fa a respirare con un fantasma così pesante sul cuore? Il coraggio di Ida, e di chiunque conviva con ferite gravi senza farne sfoggio, è eroico.

Il lessico della scrittrice merita una lode a parte, perché celebra, senza sfociare mai in una fiera dell’erudizione, la bellezza e la molteplicità della nostra lingua, le possibilità infinite di scelta che offre. Per esempio, leggere “anancastico” al posto di ossessivo è un dono per chi ama le parole e se ne prende cura, una cosa incantevole. Il suo stile si appoggia a questa competenza e ne esce fuori ancora più poetico ed evocativo.

In breve Addio fantasmi è: malinconia in gocce e perdite, sotto forma di infiltrazioni. Fantasmi squatter che non si riesce a far andare via di casa. Scatole di ferro rosso dove sono sepolti odori e voci. Addii finalmente detti. Mare che porta con sé umidità, ricordi, visioni dall’abisso, liberazioni.

Sono siciliana come Nadia Terranova e ho sentito un senso di perfetta familiarità verso la forte presenza marina del romanzo, verso quella distesa mobile di blu profondo che per chi è isolano non ha solo un senso estivo e balneare, ma un’influenza costante, spesso vincolante.

Ho camminato insieme all’Ida del passato e a quella del presente per le vie di Messina, che non è la mia città ma che è la città di ogni siciliano che ha almeno una volta preso il largo con Caronte verso il continente. Una città che ho sempre visto come un luogo di apertura, dove l’aria isolana inizia a mescolarsi con quella non isolana, dove lo Stretto, a dispetto del suo nome, allarga gli orizzonti e il respiro.

E per un siciliano questo è a volte una benedizione (pur avendo una visione laica delle cose, ho sempre interpretato la Madonnina del porto in questo senso), perché l’isolamento alla lunga genera fame d’aria. Ma può essere anche una maledizione, perché lasciare la propria terra e il proprio mare è come privarsi di sostanze nutritive necessarie alla vita. E il mare di Messina lo sa, ma non perde la calma.

I miti dello Stretto erano state le mie favole da bambina, Cola a cui spuntano le pinne per il tempo passato in acqua, Morgana che ammalia i nuotatori quando l’aria è troppo limpida, Scilla e Cariddi, ninfe tramutate in mostri; il mare che separa l’isola dal continente, quella fascia liquida e sottile affollata dalle navi, e un tempo, dalle feluche per la pesca dello spada, un mare insaziabile, reso feroce dalla calma apparente dei suoi limiti.

In questo romanzo la geografia è fondamentale, le coordinate interiori di Ida sono simili alle sue coordinate spaziali: anche Messina ha i suoi fantasmi, quello del terremoto per esempio, che c’è stato, che non c’è più, ma che continua ad esserci. O quelli acquatici del suo mare che in superficie sembra disteso, ma in profondità, nella pancia, nasconde forze e spinte oscure. Come Ida, come tutti noi.

Non avevo mai letto nulla di Nadia Terranova ed è con un romanzo che ha la parola addio nel titolo che l’ho scoperta e che le do il benvenuto nella mia libreria, fra gli scrittori italiani da tenersi vicino al cuore.

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