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Guerra e pace siamo noi

La cosa che ho sempre temuto di Guerra e pace non è la mole, anche perché i libri ben nutriti e fuori forma io li adoro, mi sembrano la promessa di narrazioni generose, di strutture non provvisorie (che poi è la stessa ragione per cui non mi trovo molto a mio agio con i racconti e con la brevitas. Devo sostarci almeno 800 pagine dentro i luoghi letterari, altrimenti mi sento inappagata e vittima della fugacità del tempo).

No, la cosa che mi ha fatto rimandare per decenni la lettura di Guerra e pace è il suo glorioso titolo (anche se il titolo originale in russo è Vojna i mir dove mir con la grafia in i vuol dire “popolo”) , l’accostamento  antinomico di due massimi sistemi che sono tutto ciò che ha sempre, nella preistoria e nella storia, nella scienza e nella fantascienza, nella mente e nel corpo, dominato l’uomo, organizzato il suo spazio e il suo tempo, definito le sue coordinate e annientato le sue certezze. Quello che voglio dire è che quel binomio così netto e irrisolvibile, quello yin e yang di illimitata trattazione, quello scontro di concetti filosofici e pragmatici che è anche scontro di parole (guerra, dal germanico *werra fa tremare i denti e la lingua, mentre il latino pace ha un suono morbido, docile)  mi hanno sempre fatto sentire impreparata, come se il mio posizionamento rispetto alle coordinate dell’opera fosse da tutt’altra parte.

Come posso leggere Guerra e pace (lo sentite il tonfo pesante e totalizzante delle due parole?) e parallelamente dedicarmi alla realtà?

Conciliare la necessaria mediocrità del quotidiano con un testo di tale portata mi è sempre sembrato difficile. Forse perché tendo a leggere in modalità sub e a fare immersioni ad alto tasso di dimenticanza del sé, ma il rischio di sfasamento era alto, non me la sentivo. Eppure…

Dopo una lunga fiera del procrastinare, un acquisto mai nemmeno privato dell’incarto di cellophane e posato sulla libreria di casa come un oggetto del poi e mai del qui e ora, dopo le classiche scuse del ci vuole tempo/libertà mentale/concentrazione/master in studi russi/conoscenza della lingua francese livello C2 e affini, ad un tratto, ad ottobre (c’è un mese più simbolicamente russo di ottobre?) con il declino delle luci forti, la fine dei sonnellini del fine settimana sulla sabbia, la voglia di far lavorare il cervello a cose nuove e come un senso di allineamento astrale finalmente giusto, ho intrapreso il viaggio.

Lo chiamo viaggio perché pur stando ferma nella mia postazione di lettura dotata di comoda imbottitura, il tasso di mobilità è stato altissimo. Degli occhi in corsa sulle righe, del corpo che se ne andava tra Mosca e San Pietroburgo passando per la campagna russa, della mente che passava dalle dettagliate parti di strategia militare a quelle incentrate sull’amore, dalle riflessioni filosofiche a quelle religiose, della curiosità in costante crescita e di altri itinerari che ho percorso in lungo e in largo.

Dunque, ecco le cose che ho amato di Guerra e pace (la lista di quelle che non ho amato in effetti non esiste).

  • Innanzitutto gli umani del romanzo, creature complesse a cui mi sono avvicinata fino a sentirne il tessuto dei vestiti e il calore del loro essere in vita.

In Guerra e pace non ci sono persone complete, equilibrate e arrivate alla destinazione ideale del loro esserci, sai che gran noia se fosse così. Qui abbiamo ring interiori con vari round di lotta, ricerche incessanti di permanenze e di immanenze sempre difficili da trattenere. Ci sono molte crisi di coscienza, ma anche delle prese di coscienza che liberano ora l’uno ora l’altro dei protagonisti e donano sollievo al lettore.

Fanno errori, matrimoni sbagliati, si mettono alla ricerca di qualcosa, sono abitati dalla confusione, danno la caccia alla felicità senza riuscire a prenderla o comprenderla le creature tolstojane.

Pierre Bezuchov per esempio, il mio preferito, il più in guerra con se stesso. Pierre che non sa che pesci pigliare, che si sposa ma dentro di lui non c’è alcuna gioia coniugale, che fa duelli senza crederci nemmeno tanto, che si dà alla massoneria con un’iniziazione memorabile, che va in guerra, quella al di fuori di se stesso e lì si ritrova, si capisce, si semplifica. Incontra Platon Karataev e apre gli occhi. Poi ama, stavolta davvero, e io mi sono sentita fiera di lui, come fosse un figlio, come fossi io.

E poi  Nataša, che ama forte e che tradisce, che si fa ammaliare dal primo Kuragin che incontra. Lei è una creatura guizzante, totalmente guidata dal sentire e dai suoi trasporti emotivi. Alla fine del romanzo, dopo non poche esperienze, perde forse un po’ di vivacità, ma sempre con consapevolezza e dopo aver sperimentato sentimenti fortissimi.

E il principe Andrej Bolkonskij che quando si mette a parlare con il suo amico Pierre starei ore a sentirli, che crede alla guerra come questione d’onore, poi non ci crede più e prova a farsi meno nobile negli intenti, e poi ci ritorna ancora, stavolta per sempre.

Al netto di una parte storica di bellezza e sostenibilità miracolose, la parte umana del romanzo resta la mia preferita, quella in cui ho più potuto dialogare con me stessa e lenire certi miei conflitti sempre in corso. Mi ha commosso il fatto che queste creature tolstojane complesse raggiungano l’equilibrio non durante la pace, ma durante la guerra, nella prigionia, nella sofferenza, fuori dal solito sentiero comodo. La forza salvatrice dello spostamento di attenzione, di cui parla Pierre, come valvola di sicurezza durante le pressioni eccessive.

Aveva imparato che, come non c’è nessuna situazione nella quale l’uomo possa essere pienamente felice e libero, così non c’è nessuna situazione nella quale debba essere infelice e privo di libertà. Aveva imparato che c’è un limite alla sofferenza e un limite alla libertà e che questo limite è molto prossimo: che l’uomo che soffriva perché nel suo letto di rose c’era un petalo ripiegato soffriva esattamente come soffriva lui ora addormentandosi sulla terra nuda e umida, raffreddandosi da un lato e riscaldandosi dall’altro; che, quando calzava i suoi scarpini da ballo troppo stretti, soffriva esattamente come soffriva ora quando camminava coi piedi affatto nudi (le sue calzature erano distrutte da un pezzo) e coperti di piaghe.

Vladimir Nabokov nelle sue Lezioni di letteratura dice che i buoni lettori leggono libri “non con lo scopo infantile di identificarsi con qualche personaggio, e non con lo scopo adolescenziale di imparare a vivere” e che bisogna condividere “non le emozioni dei personaggi, ma quelle dell’autore: le gioie e le difficoltà del creare”. Dunque ho sbagliato tutto nella lettura di Guerra e pace, sono stata troppo accanto ai personaggi, ma, non me ne voglia il rigoroso prof. Nabokov, le emozioni che ho provato non me le potrà dare nessuna analisi strutturale da lettore raziocinante.

  • Inaspettatamente, le parti di guerra, quelle che temevo avrebbero causato la mia resa. E invece sono riuscita ad amarle perché Tolstoj è generoso e non inaridisce mai ciò che scrive con tecnicismo e schematismi. La sua è una guerra for dummies, la capiamo perché  lui ci prende per mano e ci fa muovere nella mischia, tra i soldati russi e quelli francesi, senza mediazioni o binocoli a distanza, dentro il campo di battaglia, a inalare polvere da sparo e a sentire la tensione di chi un attimo c’è e quello dopo non c’è più o c’è a pezzi. La guerra ce la fa vivere come la visse lui nella realtà, quando combatté come artigliere sul Caucaso e a Sebastopoli. Tolstoj sa bene di cosa sta parlando.

Certo, ci sono passaggi carichi di antroponimi, toponimi, idronimi, coordinate geografiche, posizionamenti d’attacco e altri dati a me totalmente estranei, ma non mi sono sentita mai smarrita e intontita dai fumi pesanti della storia bellica perché la mia prospettiva era interna, dentro e attraverso il farsi degli eventi. Come ci si può annoiare quando si partecipa direttamente agli scontri?

Tolstoj si insinua soprattutto tra le attese, negli istanti prima di una detonazione, fra le vibrazioni del pericolo e mostra gli effetti più nel pensiero che nel corpo.

Anche nelle parti di guerra, dunque, trionfa quella grazia narrativa di Tolstoj centrata sull’interiorità mentale, sulla conversazione con se stessi mentre il mondo esterno cade a pezzi.

Nel primo volume la guerra è quasi più teorica ed elegante, studiata a tavolino, la battaglia di Austerlitz ha una sorta di fascino leggendario, ma dopo le cose cambiano. Nel libro terzo del volume secondo la rivoluzione dilaga, il popolo squarcia la pagina, la fa palpitare e surriscaldare; Mosca brucia e tu sei lì, testimone oculare, spaventato e strattonato, in balia di forze impazzite.

Un’infinita quantità di forze libere (poiché in nessun momento l’uomo è più libero che durante una battaglia, quando si tratta di vita o di morte) influisce sulla piega che prende la battaglia, e questa piega non può mai essere conosciuta prima e non coincide mai con la direzione di una sola forza.

  • La struttura dell’opera, un miracolo di orchestrazione che non fa percepire gli sbarramenti del binomio del titolo, nessuna netta separazione, un incastrarsi di privato e pubblico, di microstorico e macrostorico, di romanzesco e cronachistico, di fisico e metafisico, di concreto e di filosofico. E tu sei lì a chiederti “ma come ha fatto?”.

Spesso i due aspetti scivolano l’uno dentro l’altro: in una scena di battaglia consegnata all’immortalità della storia salta fuori la riflessione filosofica del mortale, di Bolkonskij o di Pierre; dentro un salotto pietroburghese in cui ci si dà alla mondanità irrompe la politica o una pena personale non di superficie. È una danza la struttura di Guerra e pace.

Una struttura talmente solida e studiata che sembra non esserci, perché l’abilità tecnica e artistica di Tolstoj fa scomparire la visibilità del meccanismo. C’è un lavoro gigante e tu da lettore non senti lo sforzo dell’autore, ma solo l’armonia del tutto.

Calvino in Perché leggere i classici a proposito di Tolstoj dice:

Quel che tanti narratori tengono allo scoperto – schemi simmetrici, travi portanti, contrappesi, cerniere rotanti -, in lui resta nascosto.

Ci vuole molto talento a saper nascondere il proprio talento in nome della naturalezza di ciò che si scrive.

  • La scrittura di Tolstoj, che è poi tutto il genio sconfinato dell’Ottocento letterario russo, quella capacità di far fluire gli intrecci dentro corsi d’acqua lessicali che non si incagliano mai e se ne fregano di dighe e riduzioni del loro percorso. Avanti tutta, per molto tempo, senza inibizioni contenutistiche.

I romanzi russi si leggono bene come pochi, perché sono generosi, indifferenti ai diktat temporali e all’ergonomia editoriale. In tempi in cui siamo sempre più abituati a scorrere col dito le parole e le immagini come a scrollarci di dosso la permanenza su qualcosa, Guerra e pace e Tolstoj ci insegnano a sostare a lungo dentro una narrazione, a saper ascoltare anche il dettaglio, a fermarci dentro una descrizione spegnendo i motori della nostra impazienza. È il dono della permanenza, l’accurato esserci dentro più di 1400 pagine, senza fermarsi alla superficie, senza scivolare in fretta nell’altrove. Mi ha dato molta pace questa modalità lenta e lunghissima, è stata una prova di pienezza per la mia mente che non ha mai reclamato spazio e libertà rivoluzionarie contro l’invasione russa a cui l’ho sottoposta, ma anzi mi ha detto di volerne ancora e senza perdere mai l’attrazione.

  • La sua classicità traboccante che per me vuol dire leggere qualcosa che mi formi in qualche modo e che mi rimanga dentro come esperienza di vita più che come esperienza di lettura.

Un classico è per me un libro a durata illimitata che si prende un posto non temporaneo dentro di me, una residenza a vita nel mio ippocampo e nel mio cuore. Ne ho letti tanti da ventenne di classici russi, inglesi, francesi e la mia educazione letteraria brilla ancora di quelle scoperte, ma leggere un classicone a più di trent’anni, con una consapevolezza più critica e rotonda, con una gestione diversa di se stessi,  è un privilegio, come donarsi una seconda giovinezza fatta di pagine e non di anni, un ritorno ad un posto senza vincoli spazio-temporali dove i libri hanno corporature massicce e strutture inossidabili e tu ti fai più massiccia e inossidabile grazie a loro.

Calvino diceva:

È classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona.

Ed è vero, perché di Guerra e pace senti il rumore anche mentre non lo leggi e la tua giornata è dedita a qualcosa di pratico, attuale e molto lontano dalla campagna di Russia. Tutto l’impianto classico dei duelli all’alba, dei patrimoni dissestati da salvare con matrimoni mirati, delle lettere e delle febbrili attese di risposta, dei salotti in cui si raduna la migliore società, della dimensione domestica palpitante dove ci si prepara per cene o per andare a teatro, dei balli sontuosi, tutto ciò si fa sentire e ti avvolge anche quando il libro è chiuso e fermo sul comodino. Guerra e pace è un classico perché persiste.

  • La vena epica che attraversa l’opera, quella che ti fa sentire la fierezza del popolo russo e la sconfinata ambizione di Napoleone Bonaparte. Le scene, lunghe e dettagliate, della battaglia di Borodino sono il dispiegarsi perfetto di un’epica a presa diretta, una cosa omerica, infuocata, patriottica.

È l’epica furoreggiante del popolo che fa scompiglio, che fa la storia, è il rumore degli zoccoli dei cavalli degli ussari, delle “palle” che trafiggono l’aria e i corpi, della paura che non frena l’impeto, degli accampamenti dove ci si avvicina gli uni agli altri. Tutto ciò è vita per il corpo pesante del romanzo, è quasi mitologia russa. Meglio di Game of Thrones.

  • Il dominio del caso sugli eventi (in antitesi alla strutturazione meditata del romanzo e della letteratura), quel fatalismo della storia su cui Tolstoj si ferma spesso a riflettere.

Mi ha fatto molto pensare questo aspetto. Passi la vita sui banchi di scuola a credere nel genio conquistatore di Napoleone o di Alessandro Magno e nell’abilità politica e militare di grandi uomini immortali e di grandi armate, studi le sconfitte e le vittorie, gli attacchi e le ritirate con nomi e date indelebili e non pensi mai che tutto questo magma della storia possa essere in realtà del tutto fortuito. Tolstoj mi ha aperto gli occhi su questa possibilità, i suoi Napoleone e Kutuzov sono simbolici e mai davvero determinanti per la sorte della storia. Hanno una scarsa importanza rispetto al dominio dell’accidentalità, al sommarsi di miliardi di cause e forze contro cui non si può nulla.

Negli avvenimenti storici gli uomini così detti grandi sono etichette che dànno il titolo all’avvenimento e, come le etichette, meno che mai hanno rapporto con l’avvenimento stesso. Ogni loro azione, che ad essi sembra volontaria, nel senso storico è involontaria, e si trova legata a tutto il corso della storia ed è determinata da sempre.

A questo punto avrete capito che la lettura di Guerra e pace è stata per me più fluida e ben integrata con le mie giornate di quello che pensavo e che il decollo e l’atterraggio sono avvenuti in un lampo (per l’esattezza un mese). Ho dovuto un po’ improvvisare nelle sequenze in francese (lingua che non ho mai studiato) che sono prive di traduzione, ma il senso l’ho afferrato lo stesso.

La traduzione di Enrichetta Carafa d’Andria, che è stata successivamente rivista da Leone Ginzburg, pur essendo vecchiotta e presentando un lessico talvolta datato (“leticare” al posto di “litigare”, per esempio), ha un fascino vintage giustissimo per l’opera in questione.

C’è stata solo una parte che mi ha sfidato a duello ed è l’epilogo, la porzione più densa e complessa dell’intera opera. Non più di 50 pagine (che su 1425 non sono niente, ma hanno un corposità che mette l’intelletto sull’attenti ) in cui Tolstoj parla di storia, di libertà e necessità, di causa e legge e ci dà dentro con le sue interpretazioni, le sue analisi logiche e le sue tesi non proprio alla portata di tutti.  È pura filosofia della storia, è teoria della storiografia e ci vuole molto stoicismo per capirle e farle proprie. E il saluto teorico che ci vuole dare Tolstoj dopo il dono di vastità romanzesca che ci ha offerto, è il suo meritato angolino di dissertazione dentro la costruzione del suo edificio a più piani. E va bene così, si è felici lo stesso alla fine. Come direbbe, ancora una volta, Calvino:

Amo Tolstoj perché alle volte mi pare d’essere lì lì per capire come fa e invece niente.

Ora, sembrerà una banalità (o una cosa infantile, secondo il parere di Nabokov), ma a fine lettura mi sono sentita davvero in pace con me stessa, come svuotata e riempita di energia solare, non solo per la soddisfazione di aver saputo portare a termine la gloriosa impresa, ma perché mi sembra di essere riuscita a capirmi e a far miei alcuni insegnamenti.

Per esempio, sul modello di Pierre, quello di provare a semplificare l’idea che ho di me stessa e della vita senza rendere tutto troppo solenne e cerebrale. O quello di tentare di smettere di preoccuparmi delle cose su cui non ho controllo e di giudicare le mie angosce. O ancora quello di non negarmi l’esperienza di qualcosa solo perché ci si aspetta altro da me. O quello, fondamentale e illuminante, di potermi mettere a fuoco sempre, anche quando tutto sembra confuso e sgranato, specialmente quando tutto sembra confuso e sgranato.

La guerra, oltre che eterno campo di battaglia destinato ai libri di storia e alla creazione dei confini geopolitici, è anche conflitto con se stessi, con la difficoltà di comprendere la propria umanità e mortalità e questa è la storia più vecchia e immortale del mondo. C’è e ci sarà sempre.

Non sempre si arriva alla pace, ma possiamo mettere in campo forze che non sapevamo di avere e, dopo aver lottato o aver gettato le armi inutili, raggiungere almeno una conciliazione.

In fondo Guerra e pace siamo noi.

4 Comments

  • Brigida

    Ciao margherita, anche a me la sua fama di opera imponente e imprescindibile ha sempre fatto paura. Dopo questa lettura non nego che quel rumore di fondo ho voglia di conquistarlo prima o poi.

    • Margherita

      Ciao Sauro, felice che tu sia passato a farmi visita in questo nuovo spazio! Ho ristretto il campo delle mie recensioni perché avevo voglia di dedicarmi solo alla letteratura, che è da dove provengo. Però il cinema rimane sempre un mio grandissmo amore, eh. Verrò a leggere le tue 😉

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