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Persuasione

Di solito Austenland è uno dei posti letterari migliori in cui trovare rifugio dalle tensioni e dai magoni. D’estate poi è anche una forma mentale di riparo termico; sarà tutta quella campagna inglese che termina quasi sempre con il suffisso -shire, il suo dispensare natura verde e piogge improvvise, il modo in cui Jane la descrive tuffandovi dentro i suoi personaggi, fatto sta che tutto ciò mi calma e mi dà refrigerio.

Stavolta però qualcosa è andato storto, non so se nella mia percezione del testo o nel modo in cui Jane l’ha scritto; non ci siamo capite, non ci siamo piaciute affatto.

Dei sei romanzi maggiori della scrittrice mi resta da leggere solo L’abbazia di Northanger, ma al momento posso dire che Persuasione, che è il suo ultimo romanzo (pubblicato postumo), è decisamente il peggiore.

L’ho trovato così noioso e così poco austeniano da sentirmi scoraggiata fin dalle prime pagine, quelle in cui di solito Jane riesce a creare un’atmosfera e ad agganciarmi in poche battute.

La proverbiale ironia austeniana, quel brio canzonatorio e vagamente provocatorio che anima le flemmatiche dinamiche della vita sociale inglese dell’800, è poco presente; la classica trama del matrimonio non è civettuola e amabile come negli altri romanzi, manca di sarcasmo e finisce con l’essere una noia mortale.

Anne Elliot non è una vera eroina austeniana, non ne ha la tempra e l’autrice sembra aver dimenticato di darne una descrizione psicologica accurata, un background di inquadramento preciso; di lei capiamo solo che otto anni prima si è lasciata convincere a lasciare un uomo che amava e che l’amava, ne intuiamo la debolezza decisionale e la riservatezza sentimentale, ma non sappiamo molto altro del suo passato, della sua indole profonda.
Mentre le altre eroine austeniane sono “consistenti”, tridimensionali, (persino la remissiva Fanny Price di Mansfield Park che ho stentato ad amare), Anne Elliot è piatta e priva di appeal letterario, non emerge mai dalla pagina pur essendo la protagonista.

Lo stesso per quel che riguarda la controparte maschile, il capitano Wentworth, anche se con la lettera che scrive nel finale si riscatta un po’ dal suo anonimato caratteriale.

Jane Austen era piuttosto malata quando scrisse Persuasione, la sua drammatica situazione fisica dovette certamente influenzare la vivacità del romanzo; Persuasione non è tetro o depresso, ma non ha nemmeno vitalità, non ha molte battute, sorrisi e sottili irriverenze con cui deliziare il lettore.

Lo definirei più un romanzo romantico classicheggiante, privo di quelle sterzate autoironiche e anticonvenzionali nella convenzione che tanto animano e modernizzano la letteratura austeniana.

C’è da dire che un buon 20% di delusione mi è derivata dall’edizione in cui ho letto il romanzo (mea culpa), la solita Newton Compton cheap e piena di refusi; stavolta ho avuto anche l’impressione che la traduzione fosse poco fluida e armonica, come se il risultato in italiano risultasse grossolano.

Insomma, Persuasione, a dispetto del suo titolo, non mi ha convinta affatto.
L’ho letto fino alla fine solo per rispetto verso Jane Austen, la sua maturità e lo stato fisico in cui lo scrisse.

Janeites della blogosfera, ditemi la vostra, insultatemi, persuadetemi ad austenizzare in qualche modo Persuasione, o eventualmente ditemi che siete d’accordo con me!

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