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La controvita

E’ solo il terzo libro che leggo, dopo Pastorale americana e Ho sposato un comunista, della lunga opera omnia di Philip Roth (me ne mancano almeno altri venti!), ma posso dire con ferma convinzione che lo stile di scrittura dello scrittore di Newark è una delle cose più elettrizzanti e ipnotizzanti che abbia mai avuto sotto gli occhi: è talento che trasuda dalle pagine e che galleggia nell’aria attorno alla tua area di lettura, facendoti percepire l’essenza pura del saper scrivere.
Sono quasi intimorita dalla sua maestria; mi ritrovo a leggere di cose molto lontane dalla mia zona esistenziale e culturale, come ebraismo e americanità, eppure vengo travolta da ondate continue di empatia e trasporto, perché la penna di Roth è un pungolo costante, schiaffi, pugni, qualche carezza, qualche risata, che non possono lasciare indifferenti chi legge.

La controvita (The Counterlife, 1986) mi è piaciuto leggermente meno rispetto agli altri due, che sono stati vere e proprie bombe emotive per me, è meno passionale e impetuoso, più teorico e metaletterario, ma si è trattato in ogni caso di una lettura molto intensa, ad un livello di profondità  e coinvolgimento davvero rilevante.

Non so bene come riassumere la trama, ma il suo titolo (che trovo molto suggestivo) ne racchiude bene il senso: la controvita è un diverso indirizzo dato alla propria esistenza, è come sarebbero andate le cose se non se ne fossero verificate altre, è un’ipotesi di vita alternativa contro quella reale, o forse è quella reale contro quella fittizia che sembra vera, insomma è una lotta per cambiare il proprio destino, è un piano B e C e D e così via, contro quello A prestabilito e incontrovertibile.

Dentro il romanzo c’è la vita di Nathan (l’onnipresente Nathan Zuckerman, alter-ego di Roth), di suo fratello Henry, e ci sono le loro controvite e le conseguenze di esse, strascichi che hanno a che fare per lo più con la sfera della religione, dell’appartenenza socio-culturale, del sesso e delll’amore.

Basilea, Giudea, In volo, Gloucestershire, Cristianità sono i cinque momenti di questa controvita, ma sono anche degli esperimenti letterari da parte di Zuckerman/ Roth, quasi prove di scrittura creativa (solo leggendo capirete!).

E’ il romanzo di Roth più carico di questione ebraica che ho letto finora, ne è quasi ossessionato, non c’è capitolo in cui il rapporto del protagonista con il suo ebraismo laico non venga discusso, sofferto, urlato, ironizzato, e non c’è capitolo in cui questa tragicomica lotta non venga pienamente capita e condivisa dal lettore non-ebraico, in un processo di impeccabile e inspiegabile empatia.

L’elemento di quiete, la pastorale narrativa, non c’è mai in Roth, ci sono sempre vite (e in questo caso controvite) esasperate, arrabbiate, in rotta di collisione con qualcosa o qualcuno; c’è sempre questa atavica e travolgente onda d’urto, storica e umana, che sbatte forte e quasi stritola i protagonisti. Credo sia in questa voracità, in questa ferocia degli eventi e delle vite narrate che risieda il mio amore per Roth: ciò che scrive, anche ciò che è più volgare, lo sento come vero, caldo, doloroso, come esegesi perfetta della vita e delle sue laceranti contraddizioni ed è una sensazione intimamente consolatoria e stranamente liberatoria.

 

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