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Il rosso e il nero

 

Non c’è mai limite alla bellezza di un romanzo classico dell’Ottocento, al suo respiro immenso, non ne ho mai abbastanza di questo tipo di squisito godimento, ed è per questo che Il rosso e il nero di Stendhal è stato per me puro amore.

Sublime, avvincente, caldo, passionale, estremo: il Romanzo nel senso più nobile e sontuoso del termine, letteratura ricca, vasta, palpitante come solo quella ottocentesca sa essere.

Non semplici fogli di carta numerati quelli de Il rosso e il nero, ma pagine vivide in cui tuffarsi assaporando la Storia, la Francia postnapoleonica, gli intrighi, gli amori, i dolori di un’umanità pulsante e psicologicamente raffinatissima. Il tutto senza un attimo di stanchezza o piattezza: non è il pesante e inaccessibile mattone che molti credono sia, è solo “abbondante” nel senso di ricchezza e corposità di stile e contenuto. E’ sfarzoso.
Io l’ho letto nella traduzione di Massimo Bontempelli che è parecchio datata (credo del 1933), ma il fraseggio demodè ha reso la lettura ancora più elegante ai miei occhi.

Julien Sorel, il giovane di umili natali che legge e sa il latino, che ammira segretamente Napoleone e odia la Francia della Restaurazione, che va in seminario e che si fa strada piano piano elevandosi socialmente, che ama due donne in modo estremo e pericoloso, è un personaggio tridimensionale, di cui ho sentito il fiato e il calore mentre leggevo.
La sua ascesa e la sua caduta sono narrate da Stendhal in modo perfetto, sferzante, coraggioso, senza buonismi o autocensure, senza toni grigiastri e sbiaditi, solo in rosso o in nero.

Una lettura importante, di quelle che ti danno fierezza ed esaltazione, che ti fanno amare l’oggetto-libro come fosse divino.

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