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Una donna

Finalmente ho finito questo libro che mi ha angosciata, delusa e intristita. Credo di aver sbagliato periodo di lettura, perché Una donna è una di quelle opere di valore storico che richiedono un cantuccio caldo e assorto in cui rifugiarsi, un clima esterno freddo che favorisca il raccoglimento interiore, e non un’estate di caldo vivacissimo e luce accecante. Il contrasto tra il grigiore del libro e il mondo esterno estivo è stato troppo forte per me e mi ha creato squilibri emotivi. Da qui il senso di fastidio e di soffocamento e la relativa conta delle pagine.

Una donna è la storia di una donna talmente repressa e depressa da risultare pesante e assillante, come se la poveretta venisse a sfogarsi sulla nostra spalla senza però prometterci di fare in modo che le cose cambino. Dà quasi sui nervi e non l’ho percepito quasi mai come un’opera-manifesto del femminismo delle origini, così tiepido com’è nella ribellione.

Ok, i fatti narrati risalgono ai primi del Novecento e la donna all’epoca era una creatura subalterna e poco più di un mero utero sforna-figli, ed è proprio questo il punto: Sibilla non fa nulla di forte per cambiare questo stato se non alla fine del libro e nel modo più sbagliato e atroce che possa esserci.
Si dedica alla scrittura, e questo di per sé è un atto di ribellione, ma lo fa senza trasmettere vitalità e voglia di rivalsa, in modo quasi stanco e filosofico, senza slanci appassionati verso l’azione e la realtà.

Lo stile poi è arcaico e ricco di termini ormai caduti in disuso e per questo la prosa risulta ridondante e ampollosa, fatta più di tono che di ritmo. Tuttavia, un lettore che ami leggere riuscirà a farlo fino alla fine senza sforzi sovraumani.

Nel complesso un’opera sicuramente da leggere ma più per dovere bibliografico verso l’importanza dell’argomento che per  puro piacere di lettura fine a se stesso.

Ed ora spazio ad una lettura più frivola e spensierata, fa troppo caldo 😉

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