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Quella sera dorata

Ieri era il mio compleanno e finire questo libro a fine giornata, poco prima della mezzanotte, è stato un vero e proprio regalo, di un tempismo speciale, l’epilogo appropriato e bellissimo di una giornata molto piacevole.
Si, perché non voglio essere affatto cauta e posso dire con certezza ferma, senza paura di trasporti eccessivi e sensazioni troppo a caldo, che Quella sera dorata è uno dei libri più belli che io abbia mai letto, uno di quei libri che quando li chiudi ti mancano già, puro piacere del leggere.

La trama in breve: Omar Razaghi, dottorando all’Università del Kansas ha intenzione di scrivere una biografia sullo scrittore morto suicida Jules Gund e si reca nel remoto Uruguay  per chiederne l’autorizzazione direttamente agli eredi: il fratello Adam, la prima moglie Caroline e l’amante Arden, tre personaggi molto particolari che vivono in uno stato di quasi totale isolamento. A partire da quel viaggio la vita di Omar non sarà più la stessa e avrà delle inevitabili conseguenze…

Perché tanto entusiasmo? Perché questo romanzo di sua maestria Peter Cameron scorre, trascina, culla dolcemente come una sera d’estate magica e dorata; perché è scritto in modo semplice e raffinato e con un meccanismo in grado di creare dipendenza e ritmi velocissimi di sfoglia-pagina; perché è fatto praticamente di soli dialoghi come nella tradizione del romanzo di conversazione, e questi dialoghi rapidi e realistici sono illuminanti e confortevoli; perché è attraversato da tensioni romantiche, poetiche, esistenziali, giovanili, senili, di mezza età, da domande universali legate al posto in cui stiamo, a quello in cui vorremmo stare, alla vita che vorremmo vivere e a quella che viviamo, alla città della nostra destinazione finale (il titolo originale del romanzo è The City of Your Final Destination), il tutto senza un filo di retorica e banale ovvietà; perché i personaggi protagonisti sono veri al punto da avvertirne la carne, le ossa, il respiro, al punto da rimanere in mente come fossero amici. E poi ci sono mille altri motivi ma che ve li dico affare, scopriteli voi stessi e vedrete che mi darete ragione!

“Mi sembra un po’ strano: che sia il lavoro a decidere dove uno deve vivere. Non si farà tiranneggiare dalla realtà fino a questo punto?” (cit. pag.82)

(P.S.Avevo visto tempo fa, al Festival del cinema di Roma, il film omonimo diretto da James Ivory, mi era piaciuto molto, il cast era brillante e aveva nomi del calibro di Laura Linney, Anthony Hopkins e Charlotte Gainsbourg, ma l’esperienza di lettura del libro è di un’intesità diversa, molto più profonda e “dorata”!)

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