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Bianca come il latte, rossa come il sangue

Avevo appena iniziato un’altra lettura ma uno di questi giorni, tornata a casa per le vacanze pasquali, gli occhi mi sono caduti su un libro che aveva appena finito di leggere mia sorella 18enne e che avrò visto e toccato in libreria mille volte senza mai decidermi a prenderlo. Bianca come il latte, rossa come il sangue, di Alessandro D’Avenia.
La copertina lucida con una ragazza dai capelli rossi, gli occhi grandi e il viso cosparso di bianco mi aveva sempre attirata, così come la notorietà del romanzo di cui avevo letto e sentito parlare abbondantemente; ma avevo una titubanza, una strana ritrosia, una percezione come di inganno, che, adesso che l’ho letto, capisco da cosa era dettata.
Strano libro questo libro dal seducente titolo cromatico. Una volta iniziato non si può più fare a meno di proseguire e le pagine scorrono ultrarapide come un treno freccia rossa sulle rotaie; in men che non si dica (poche ore o al massimo un paio di giorni se si legge saltuariamente) si è arrivati alla fine.
Ma non posso dire che mi sia piaciuto, anzi l’ho trovato a tratti ridicolo, patetico, finzione letteraria allo stato puro, zero credibilità, zero realismo, zero possibilità di empatia. Per carità, è scritto benissimo, e D’Avenia sa come abbindolare il lettore, come pizzicare corde emotive nascoste, come catturarlo nelle spire di una storia struggente e romantica, ma è troppo finto, troppo falso, troppo fastidiosamente profondo quello che scrive e fa dire ai suoi personaggi.
Scritto in prima persona, quasi fosse un diario, la storia vede protagonista il liceale sedicenne Leo, innamorato pazzamente e platonicamente di Beatrice, sua coetanea dai lunghi capelli rossi e dagli occhi verdi.
Leo vive in funzione di questa ragazza e dell’amore idealizzato che prova per lei e sembrerebbe tutto spensierato e adolescenziale se non fosse che la ragazza in questione è affetta da una grave forma di leucemia.
L’incontro con un supplente di storia e filosofia particolarmente profondo e sognatore, l’amicizia esclusiva con la compagna di classe Silvia, il rapporto con i genitori, con la scuola, con gli amici del calcio, la paura della morte di Beatrice, il conflitto con Dio, il timore del bianco, l’attrazione per il rosso, tutto ciò riempie rapidamente le pagine di questo zuccheroso libro-snack da sgranocchiare in quattro e quattr’otto.
D’Avenia, è uno che ha studiato tanto e si vede, è un giovane umanista cresciuto a pane e Dante, che ha letto e riletto certe pietre miliari della letteratura e le ha fatte proprie in modo intenso e sentito; per questo lo ammiro e lo stimo. Il suo romanzo però a volte sembra un tipico romanzo trash 2.0 in stile Moccia e affini, uno di quei romanzi in cui i genitori parlano ai figli citando l’universo e altre ispirate e improbabili cose che più lontano dalla realtà non si può, in cui gli adolescenti sono capaci di eroiche gesta e di pensieri e parole sublimi, in cui le frasi sull’amore, i sogni, la vita piovono fino ad affondare la storia nel ridicolo, nel lezioso, nello svenevole.
Gli adolescenti, giustamente, vanno matti per questo libro, lo consigliano gasatissimi agli amici e ne ricopiano le frasi “più belle” sul diario; io che di anni ne ho 27, se fosse stato possibile, avrei voluto leggerlo almeno 10 anni fa per potermelo godere in totale ingenuità, senza le adulte sovrastrutture snob e la coscienza critica che mi fanno percepire troppo il fastidio per una storia finta, scontata, bellissima e patetica come il più artificioso degli spot Mulino Bianco.

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